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Sulla guerra non si media

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( Numero 1 - Aprile 2007: Editoriale)

Il Parlamento ha votato il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan. E mentre chiudiamo questo numero del giornale, proprio da Kabul arriva la terribile notizia dell’uccisione di Adjmal Nashkbandi, l’interprete di Daniele Mastrogiacomo, abbandonato da Karzai nelle mani dei talebani, in ossequio alla politica Nato di non lasciare nessuno spazio alle trattative sugli ostaggi.

Se questa drammatica vicenda dovesse – come sembra – concludersi con la partenza di Emergency dall’Afghanistan a causa degli attacchi infami che subisce in queste ore proprio dal governo di Kabul, saremmo di fronte all’ennesima conferma della realtà della guerra. A Gino Strada e a tutta Emergency va la nostra solidarietà e la richiesta dell’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi, tuttora prigioniero nelle carceri afgane. Ci impegnamo a far vivere e dar voce a questo sostegno in tutte le nostre iniziative, a partire dall’assemblea nazionale del 15 aprile a Roma.
Oggi, di nuovo, non possiamo esimerci dal sottolineare come nel dibattito che, nel Prc e in tanta parte della “sinistra di governo”, ha accompagnato la crisi politica dell’ultimo mese, prodotto l’espulsione di Franco Turigliatto e segnato la stessa conferenza nazionale di Rifondazione, questo dato, la realtà della guerra in Afghanistan e il coinvolgimento italiano, è stato rimosso, agitando lo spauracchio della crisi di governo e del ritorno delle destre. Così come è stata rimossa l’espressione lampante di “crisi della politica” rappresentata da un parlamento che vota praticamente all’unanimità per una missione militare che, certo, non raccoglie altrettanto consenso nella popolazione. La crisi strisciante del Governo Prodi, che non deriva certo “dall’estremismo” di un senatore ma dalla fragilità del consenso che l’Unione ha raccolto alle elezioni, pesa oggi come una spada di Damocle proprio sulla sinistra della coalizione, prigioniera della ricerca dell’accordo a priori, della compatibilità col governo ad ogni costo. Il cosiddetto Cantiere della sinistra, la possibile convergenza, cioè, del Prc e della sinistra dei Ds che non intende aderire al partito democratico, prova ad unire diverse debolezze per uscire da questa crisi e lo fa solidamente nel quadro di governo riproponendo una sinistra riformista che sa già di vecchio. A noi sembra, invece, che resti più aperta che mai, e in maniera drammatica, la necessità di una Sinistra alternativa che mantenga fermi i propri contenuti programmatici, recuperi il senso vero della politica, che non è “l’arte della mediazione” ma un processo genuino di partecipazione, che solo nella chiarezza dei contenuti, spesso nella crudezza del conflitto e delle contrapposizioni, produce i suoi effetti emancipatori e può incontrare la radicalità dei movimenti sociali. E sulla guerra, infatti, non esistono mediazioni. O la si sostiene, più o meno convintamente, o la si avversa con tutte le proprie forze, assumendosene tutte le responsabilità. Tante volte ci è sembrato di sentire il gusto di questa politica nei discorsi di Fausto Bertinotti e nella pratica del Prc. Ci spiace davvero molto essere un po’ più soli a ripeterla oggi ma non possiamo smettere di farlo.


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