La precarietà uccide

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Il grido di rabbia e di dolore degli operai della Thyssenkrupp ha riportato alla ribalta, anche mediatica, la condizione operaia e lo sfruttamento del lavoro. La tragedia torinese ha infranto in pochi istanti, sotto il peso della morte, più di un decennio di propaganda sulla scomparsa degli operai, delle fabbriche, perfino della fatica e della materialità del lavoro, quasi che nella società di internet non ci fosse più chi passa gran parte della propria esistenza alla catena di montaggio o in fonderia, senza che le magnifiche sorti e progressive dell’evoluzione tecnologica non siano riuscite ad imporre un regola di decenza: che non si debba morire di lavoro! I fatti di Torino ci dicono anche un’altra serie di “ovvietà” che però tali non sembrano agli occhi di molti, anche a sinistra. Ci dicono che lo sfruttamento capitalistico, la ricerca del profitto, la compressione dei salari, la precarietà, le delocalizzazioni, sono alla radice di questa come di molte altre stragi del lavoro. Ci dicono, a costo di sembrare un po’ vetero, che i padroni se ne fregano degli operai, che il capitalismo uccide in nome dei profitti, che le vite dei lavoratori sono variabili dipendenti dalle quotazioni in borsa delle aziende.
Le urla e i fischi della manifestazione del 10 dicembre a Torino, però, ci parlano anche della rabbia che sta montando nei luoghi di lavoro, soprattutto operai, che già avevamo visto nel milione di NO alla consultazione farsa di ottobre sul protocollo sul Welfare e che la politica, in primis il governo, ha colpevolmente ignorato. Quella maggioranza di NO trai metalmeccanici, schiacciante nelle grandi fabbriche torinesi, contrastava gli accordi di luglio ma denunciava anche la vita ormai insostenibile di chi passa le giornata in fabbrica e non arriva a fine mese. La sinistra di governo, oggi ribattezzata “la sinistra, l’arcobaleno” ha fatto anche di peggio: ha consapevolmente illuso molti lavoratori, che devono aver apprezzato il discorso di insediamento di Fausto Bertinotti alla presidenza della Camera tutto incentrato sulla volontà di ridare voce e dignità al lavoro, e che oggi fanno i conti con la realtà delle politiche del governo che di fatto assume la legge 30, riduce le pensioni, e si rifiuta di stanziare in Finanziaria i fondi per l’assunzione di nuovi ispettori per la sicurezza. Colpevole illusione è stata anche la manifestazione del 20 ottobre, che pure ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone, e moltissimi lavoratori, traditi poco più di un mese dopo con la vera e propria capitolazione della “cosa rossa” nel voto sul Welfare e sulla Finanziaria. Altro che Consigli dei ministri straordinari, che si convocano solo per produrre mostri legislativi come il pacchetto sicurezza! La vera urgenza della fase è una sinistra, e un sindacato, che diano voce alla rabbia operaia, che rivendichino un’inversione di 180° delle politiche liberiste del governo, che facciano il proprio mestiere di opposizione politica e sociale alla precarietà e a chi la difende. Che affermino che le nostre vite valgono più dei loro profitti!

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