Nè scalini nè scaloni

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Editoriale ( SinistraCritica N°3 - Giugno/Luglio)
Con l’approvazione del Dpef e l’apparente scontro tra governo, sindacati e la stessa Rifondazione comunista, abbiamo raggiunto il culmine della cosiddetta strategia di riduzione del danno.Siamo talmente prigionieri di questa logica che sembra di vivere in un altro pianeta se si continua a ritenere, come facciamo noi, che un governo realmente di sinistra non dovrebbe neanche discutere del tema previdenziale se non per mettere mano a dieci anni di controriforme ai danni dei lavoratori.

Un governo che lavorasse alla “grande riforma”, che aprisse la strada a “un’alternativa di società” o anche solo si cimentasse realmente con il tema del “risarcimento sociale” dovrebbe, come minimo, abolire hic et nunc lo scalone e tutta la legge 30, ristabilire il metodo retributivo per il calcolo delle pensioni, innalzare decisamente tutte le pensioni minime, a partire da quelle sociali. Affrontando i reali conti dell’Inps, e del suo presunto deficit, separando cioè l’assistenza dalla previdenza, senza invece regalare, con lo scippo del Tfr, enormi risorse ai fondi pensione privati.
Eccoci invece, dopo due giorni di trattative, alla conclusione, prevedibile ma pur sempre drammatica, che al massimo si potrà sostituire lo scalone con gli scalini, che forse si potrà evitare l’innalzamento dell’età pensionabile per – alcuni – lavori operai particolarmente usuranti, e soprattutto all’avallo dell’idea che, in ogni caso, si lavorerà per un generale innalzamento dell’età pensionabile. Cosa dire, quindi, del Dpef approvato all’unanimità dal consiglio dei ministri – Prc compreso – che, tra le altre cose, prevede privatizzazione della Fincantieri contro cui hanno scioperato – con successo – migliaia di lavoratori, realizzazione della Tav e un piano di rientro del debito draconiano da qui al 2010? Che invece del risarcimento sociale siamo di fronte a un “liberalismo compassionevole”, all’ennesima conferma della natura di questo governo e della palude in cui è impantanatala la cosiddetta “sinistra radicale” (Prc in testa) che sta alimentando la delusione e la rabbia di vasti settori del mondo del lavoro. Il flop alle elezioni amministrative e la piazza del Popolo vuota del 9 giugno, sono stati campanelli di allarme della crisi che sta investendo il Prc, che non a caso accelera la “fuga” nel processo di ricomposizione della sinistra dell’Unione.

Per parte nostra crediamo esista un’altra “via di fuga” da questa crisi che vada in direzione opposta al sostegno delle politiche liberiste e di guerra di questo governo e che si ponga l’obiettivo della ricostruzione di una sinistra alternativa capace di parlare a chi non vuole essere risucchiato nel vortice senza fine della “riduzione del danno” che distrugge la natura stessa di una sinistra che la sostiene. A cominciare da una mobilitazione sociale per l’autunno, magari sulla scia del buon risultato del 9 giugno, su una piattaforma semplice ma netta. Anche di questo discuteremo nel primo seminario di Sinistra Critica dal 21 al 23 settembre prossimi e, da lì, in una conferenza nazionale dell’associazione, aperta a tutti e tutte coloro che non vogliono rassegnarsi ad aspettare i movimenti in una piazza vuota.

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