Riforma Gelmini: quello che il PD non ha il coraggio di dire

di Carlo Scognamiglio

Si è materializzata la presenza spettrale, percepita negli anni passati, della scure sulla scuola pubblica. Perché di questo si tratta, ogni infingimento è inutile. Si è chiarita definitivamente la vocazione verso una gestione privatistica del pubblico, accompagnata al suo ulteriore indebolimento, ennesimo esempio di gioco sporco che favorisce le strutture private, in teoria dirette concorrenti dello Stato.
Vediamo di capire attraverso l’individuazione di tendenze generali quello che è stato posto sul tavolo:

1)Depressione culturale dell’istituzione formativa.
In ogni ordine e grado, la riduzione del corpo docente implica un impoverimento formativo. Nella scuola primaria, il ritorno al maestro unico segna chiaramente una proposta di riallineamento classista dell’alfabetizzazione e acquisizione dei metodi. La pluralità dei docenti nella prima fase dell’età dello sviluppo infatti, punto d’eccellenza della scuola primaria italiana, segna la possibilità di acquisizione di una destrezza dei docenti in aree disciplinari – linguistica o scientifica che sia, rimangono assai più complesse del “leggere, scrivere e far di conto” – favorendo un innalzamento generale del livello d’istruzione che attraverso le compresenza promuove inoltre il recupero per gli allievi più deboli. Da domani, chi incappa in un singolo modello educativo (il famigerato maestro unico), certamente più fragile in una delle aree disciplinari, e oltre a ciò non può giovarsi di un supporto allo studio genitoriale o privato, resta culturalmente penalizzato. Nei livelli successivi di istruzione la riduzione dell’orario scolastico (non si capisce poi che cosa avranno da fare a casa gli studenti, da doverli far uscire il prima possibile dalla scuola) impoverisce alcune discipline, mentre il taglio dei docenti si deve leggere insieme al parametro di innalzamento del rapporto alunno-docente per ciascuna classe. Tutto, evidentemente, a discapito dell’efficacia didattica. Anche qui, gli allievi scolasticamente più deboli (8 volte su 10 derivanti da condizioni familiari economicamente o socialmente deprivate), vengono lasciati ineluttabilmente al loro destino.

2)Eliminazione della democrazia scolastica
I nuovi poteri che si vogliono consegnare ai sempre più ambiziosi dirigenti scolastici, in relazione a reclutamento e gestione economica, nonché il disegno di sostituzione decisionale del Collegio Docenti con il Consiglio d’Amministrazione, distrugge un’importante conquista culturale della democrazia italiana: l’idea della corresponsabilità dei soggetti protagonisti della vita scolastica nei processi educativi. C’è il concreto rischio che, diversamente da come accade nel privato, dove le decisioni devono in qualche modo adeguarsi alle necessità del profitto, nel pubblico tale neoautoritarismo possa tramutarsi in bieche forme clientelari, di controllo dei lavoratori della scuola e di progressiva riduzione della libertà d’insegnamento.

3)Profilo antropologico e vendetta sociale.
Il progetto di “ritorno all’antico” non serve solo a nascondere i tagli, né semplicemente a rassicurare dalle incertezze dei nostri tempi. Si vuole in tutta evidenza costruire un nuovo modello antropologico che sotterri definitivamente il “libertarismo” sessantottesco, e agisca quella “vendetta sociale” contro gli intellettuali, contro coloro che avevano interpretato il mestiere di educatore come stimolo alla coscienza critica. Grembiule e maestro unico fanno il paio con la meritocrazia. L’ideale dell’arrampicatore sociale, dello yuppie, di chi ha un’ “insopprimibile desiderio di primeggiare”, come piace ripetere al direttore del Messaggero, vuol creare un nuovo tipo umano, meno problematico, meno ribelle, meno consumato dal pensiero. Il modello? Neanche a dirlo, Berlusconi.

Ma di fronte a questo affossamento storico di una delle parti buone della nostra società che cosa il PD non è in grado di dire ed elaborare? Perché replica balbettando sul metodo e non sul merito? La ragione è che la coscienza è sporca, anzi lercia. La Garavaglia, del resto, aveva ben evidenziato la propria disponibilità di tagliare 6 miliardi, cioè soltanto 2 in meno della Gelmini. E i governi di centro-sinistra nulla hanno fatto per migliorare la situazione della scuola italiana. Anzi.
Ma la riforma Gelmini dovrà pur aiutarci a formulare una controproposta: io un’idea ce l’avrei, a partire dall’abrogazione di tutto quanto legiferato finora dal governo in carica:

1)Per migliorare didattica e qualità dell’insegnamento:
Limitare a un massimo di 1 a 20 il rapporto docente-alunni per ciascuna classe di ogni livello di istruzione. Assumere tutti i precari della scuola regolarmente inseriti in graduatoria ad esaurimento. Aumentare lo stipendio di ingresso degli insegnanti a 1800 euro netti per arrivare al doppio a fine carriera. Coprire tutte le situazioni di disabilità con il sostegno per un minimo di 10 ore settimanali nei casi meno impegnativi e la copertura totale delle ore per quelli più gravi. Intervenire subito con finanziamenti mirati a correggere le storture delle infrastrutture.

2)Per rilanciare la democrazia scolastica:
Disporre una partecipazione delle rappresentanze delle famiglie per scuola primaria e secondaria di primo grado, e degli studenti per la secondaria di secondo grado nella gestione economica, progettuale e didattica della scuola, nella proporzione di 1 membro per ciascuna classe presente nell’istituto.

3)Per una scuola che formi al pensiero critico:
Obbligo scolastico fino a 18 anni, incremento delle ore di storia e filosofia, con l’inserimento delle scienze sociali in tutti gli istituti di istruzione superiore, compresi i professionali. Eliminazione dell’insegnamento della religione da ogni percorso formativo.

Certamente non è tutto, ma da qui, secondo me, si può cominciare a ragionare sulla scuola che vorremmo.

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