DOPO IL CONGRESSO DEL PRC, LE POSIZIONI E LE PROPOSTE DI SINISTRA CRITICA
NOTE SUL CONGRESSO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA
DEL GRUPPO OPERATIVO NAZIONALE
(3 agosto 20089
L’esito del congresso nazionale del Prc, con la formazione di due raggruppamenti distinti in forte opposizione tra loro e dentro una dinamica potenzialmente di scissione, sancisce la conclusione del percorso politico ed organizzativo di questo partito, per come lo abbiamo conosciuto dalla sua nascita, attraverso alterne vicende, fino alle scelte del congresso di Venezia del 2005 e il successivo, fragoroso fallimento dell’esperienza governativa.
Questo non significa che il PRC scompaia o si dissolva, anzi, le dinamiche del congresso esprimono invece il tentativo di mantenere comunque in vita una organizzazione politica che vuole presentarsi in continuità col passato e la scommessa del gruppo dirigente intorno a Ferrero che ha vinto il congresso, è esattamente quello di rilanciarlo a partire da una collocazione di opposizione. Il PRC dunque permane, ma comincia un’altra storia.
1. In primo luogo solo il futuro dirà se i due schieramenti marceranno verso una definitiva rottura, del tutto possibile visto l’orientamento annunciato del gruppo Vendola, di portare avanti nella pratica il proprio progetto politico, o se le vicende politiche produrranno nuove ricomposizioni interne. Il congresso è stato soprattutto un durissimo scontro di potere per il controllo del partito e come tale è stato percepito dall’esterno.
In secondo luogo è impossibile, nella vita sociale e politica, tornare al punto di partenza, in questo caso al dopo Genova, come viene fatto nel documento approvato, senza tener conto delle rovine che nel frattempo si sono prodotte, senza fare i conti che la struttura del partito, già insufficiente storicamente, ha subito involuzioni profonde espresse anche dalla violenza del dibattito congressuale e dal ruolo del gruppo dirigente del Nuovo PRC che è passato da un giorno all’altro dal governismo sfrenato, in cui non c’era spazio neanche per parziali battaglie, alla riproposizione di una nuova opposizione dentro una pratica iperverticista che ha accumunato i dirigenti della vecchia maggioranza, prima uniti e poi divisi. Né si può sottacere che larghi settori di base del partito, per non parlare dei gruppi dirigenti locali, hanno pienamente condiviso linea politica e pratiche di questi anni, determinando cristallizzazioni non certo facili da superare.
In terzo luogo le ambiguità di fondo, strategiche e politiche, che sia pure in forme diverse hanno sempre attraversato questo partito non sono state risolte nel congresso e nel documento finale come cercheremo di spiegare più avanti; permangono e peseranno nel periodo futuro. Non crediamo sia emersa la consapevolezza che si è chiuso un periodo storico, che si è chiusa una storia della sinistra in Italia, non per effetto del risultato elettorale, ma per l’insieme di quanto si è prodotto socialmente a causa delle politiche dissennate condotte da decenni dai dirigenti di questa sinistra. Per questo il congresso ha espresso uno spirito di autoconservazione e di semplice riferimento identitario.
In quarto luogo prendiamo atto positivamente di quanto è detto nel testo conclusivo, la volontà del nuovo prc di costruire una forte opposizione sociale e la dichiarata propensione unitaria. E’ fatto politico nuovo e su questo occorre misurarsi.
In conclusione: il giudizio di Sinistra Critica su quanto è avvenuto è articolato e si colloca a diversi livelli, non da ultimo la nostra evidente disponibilità e intenzione di sfruttare tutti i momenti di iniziativa unitaria possibili per costruire l’opposizione al governo Berlusconi e alle politiche economiche e sociali della borghesia.
2. L’operazione fatta da Ferrero, che è sembrata incerta fino all’ultimo, è stata quella di un assemblaggio di correnti politiche diverse, intorno ad un nucleo centrale di direzione che ha condiviso e difeso fino all’ultimo giorno la scelta e poi l’esperienza disastrosa della partecipazione al governo Prodi, con il solo obiettivo di tenere insieme uno spezzone di partito, impedendo una vittoria della componente-assai più omogenea al suo interno - Vendola/Bertinotti che, prevalendo, avrebbe impresso una direzione di marcia verso la “costituente della sinistra”, in continuità con l’esperienza elettorale dell’arcobaleno e in quadro strategico chiaramente di stampo riformista teso a occupare parte della posizione politica che era dei vecchi DS. Il neosegretario ha saputo sfruttare spregiudicamente a proprio vantaggio il grande malessere che attraversava il partito sotto il trauma della debacle politica ed elettorale.
Per il gruppo dirigente intorno a Ferrero e Grassi introdurre una parziale discontinuità con quell’esperienza significava darsi la possibilità di mantenere uno strumento- partito capace di incidere in qualche modo dall’opposizione, anche nella relazione con il PD.
Il vero nodo non risolto da alcuna mozione e tantomeno dall’esito del Congresso è esattamente quello del rapporto con il Pd e della collocazione politico strategica di una forza che si dia il compito di riorganizzarsi nella costruzione di una opposizione e di una sinistra anticapitalistiche. E’ infatti oggi normale porsi all’opposizione, perché evidentemente si è fuori dal campo di una possibile partecipazione al governo e le prossime elezioni sono lontanissime. In altri termini nessuna delle componenti fondamentali della nuova maggioranza, per non parlare evidentemente delle posizioni della seconda mozione, ha mai risolto il nodo della strategia togliattiana della alleanza con i cosiddetti settori progressisti della borghesia.
Se per Vendola, a partire da un approccio apocalittico alle conseguenze dell’egemonia della destra nella società italiana, la prospettiva è chiaramente quella, tradizionale del neoriformismo all’italiana, dell’ ”unità delle sinistre” che legittima la preparazione di un ritorno ad alleanze necessariamente subalterne con il Pd – il tutto mediato dal linguaggio immaginifico e movimentista del personaggio, accompagnato da una preoccupazione di recuperare comunque un minimo di capacità di iniziativa dall’opposizione, per Ferrero, che rivendica la necessità di una “svolta a sinistra “ tirando un bilancio più negativo dell’esperienza governativa - con un bel colpo di spugna sulle proprie personali responsabilità, che verrebbero mitigate, a suo dire, dall”autocritica” che l’ex ministro avrebbe fatto pubblicamente…- tenta di indicare una prospettiva altra rispetto a quella del “governismo strategico” che è stata la vera bussola di quel partito da Venezia in poi.
Ma quella strada non è seriamente indicata ed imboccata.
Non solo perché un bilancio vero dell’esperienza del Governo Prodi avrebbe richiesto uno scavo strategico ben più complesso e una radicale messa in discussione dell’intero gruppo dirigente –Ferrero compreso- che l’ha condivisa fino all’ultimo minuto possibile, difendendola con gli stessi argomenti usati in questo Congresso da Vendola contro tutti coloro che invitavano ad una “svolta” fino ad un minuto prima del disastro e non alcuni mesi dopo… La recente intervista al Manifesto del neosegretario, in cui afferma di considerare una “parentesi” da chiudere l’esperienza di governo con il cosiddetto centrosinistra ripropongono una valutazione assai evidente: quell’esperienza non è stata il frutto di una “svista”, di un “errore” di ingenuità o inesperienza, ma un riproporre quanto già era avvenuto col primo governo Prodi, operando una drastica correzione di rotta rispetto a quanto si era provato a fare negli anni della partecipazione ai movimenti, ma che, a posteriori, è legittimo pensare che fosse un orientamento superficiale e, per alcuni, anche meramente tattico.
Non è mai stata infatti superata la cultura neotogliattiana e neoriformista dominante nella sinistra italiana che tende a giustificare, ogni volta con la congiuntura del momento- in quel caso l’emergenza berlusconiana- l’alleanza politica con forze borghesi dominanti o comunque importanti negli assetti politico sociali del capitalismo italiano.
Così come, nonostante tutte le buone intenzioni non si è mai riuscito a costruire un partito veramente radicato socialmente, che superasse anche i limiti politici delle componenti che lo avevano costituito, con un reale baricentro sociale e non invece, come è stato, un baricentro istituzionale, che da tempo aveva preso il sopravvento e condizionato tutta l’evoluzione della costruzione di Rifondazione, determinata da un ristrettissimo gruppo dirigente, con il risultato di avere un partito sempre più leggero.
Di questo partito, con questo orientamento “collaborazionista” di fondo, moltissimi compagni della neomaggioranza del Prc, sono stati “parte costruens”. Sono stati cioè parte del problema che ha prodotto il disastro.
Sul piano politico, forse sarebbe stato almeno intellettualmente più corretto da parte loro riconoscere che settori del partito, a più riprese, avevano indicato il carattere utopistico delle linea di lotta e di governo, chiedendo che ci fosse una discussione di bilancio, ma che le loro argomentazioni non erano state ascoltate. Per nulla.
3.
Per il futuro due nodi politici abbastanza immediati sono posti di fronte alla nuova maggioranza. Quello della partecipazione alle giunte locali con il Pd,- dal Piemonte, all’Abruzzo, alla Campania, alla Provincia di Milano passando per la malfamata Giunta Loiero della Calabria. Il neosegretario insieme ai dirigenti locali ha già mandato molti segnali rassicuranti a Veltroni, D’Alema e c. Numerosi sono già i casi eclatanti in cui i rappresentanti istituzionali della coalizione vincente hanno sostenuto e votato l’invotabile nei consigli regionali, provinciali e comunali.
Come rimane tutta da discutere un’altra questione di fondo della situazione italiana, la relazione con il movimento sindacale e quindi con le burocrazie della Cgil da una parte e con chi vuole invece costruire una alternativa alle politiche concertative dall’altra. Argomento che nel contesto dello scontro congressuale non poteva neanche essere sfiorato.
I gruppi dirigenti che hanno battuto Vendola si trovano quindi di fronte alla prova non semplice di definire un orientamento a positivo per l’attività di un partito che dovrebbe ricostruirsi dalle fondamenta o quasi e in una collocazione di opposizione su scala nazionale, ma con il contemporaneo mantenimento delle alleanze col PD nei governi locali. In primo luogo devono misurarsi con il mantenimento della loro unità nelle difficili scelte politiche da fare. E a breve ci sarà la difficile tornata delle elezioni amministrative e le elezioni europee che saranno determinanti per l’insieme del ceto politico uscito dall’alleanza dell’Arcobaleno
Pesa sul partito che esce dal congresso, non solo un’evidente situazione di separati in casa tra le due componenti, ma anche tutti i veleni e le tossine lasciati dallo scontro.
Un giudizio va dato anche sulle due minoranze congressuali, la terza e la quarta mozione, che si erano presentate come forze alternative ai due schieramenti maggiori. Esse sono confluite nella maggioranza ferreriana e grassiana in un ruolo chiaramente subalterno e secondario. In cambio di alcune concessioni letterarie nel testo finale, così come quelli dei congressi locali, hanno “dato tutto il potere” ai dirigenti della prima mozione, che hanno così mano libera per portare avanti una linea politica segnata dalle ambiguità che sempre hanno marcato il PRC. Un bilancio davvero magro. La terza mozione in quanto tale è destinata a scomparire come posizione specifica autonoma, integrata nelle componenti principali della nuova maggioranza; né può avere una reale vitalità e autonomia la posizione dell’Ernesto, per altro già divisi al proprio interno, tutta identitaria e simbolica intorno al “comunismo” e all’unità dei “comunisti”.
Naturalmente in politica si deve prendere per buono quanto afferma la nuova maggioranza del PRC; il fatto che si dica di voler costruire una opposizione sociale è un elemento che valutiamo nella sua positività e di per se stesso è già un fatto politico rilevante.
Naturalmente in politica le cose che si dice vanno verificate nei fatti e anche nella loro coerenza o meno rispetto a tutti i livelli della politica, quella nazionale e quella locale.
4. Sinistra Critica ha avuto origine da una corrente politica del PRC, ma, da quando è nata ha percorso molta strada nella elaborazione programmatica e nella concezione del socialismo, cioè della società da costruire, nella ricerca della strategia anticapitalista per battere questo sistema, nella partecipazione ai movimenti, nella organizzazione da costruire, con quale democrazia di base e quale funzionamento per contrastare le dinamiche verticistiche. Ha saputo affrontare anche positivamente una prova elettorale che sembrava impossibile. Non siamo un partito, ma siamo una organizzazione politica a tutto campo che lavora per costruire l’opposizione sociale e per questa via contribuire a creare anche le condizioni di una reale ricomposizione politica, di un reale processo costituente anticapitalista.
Ci rapportiamo quindi al nuovo PRC uscito dal congresso, come con le altre forze politiche che vogliono lavorare per costruire una efficace opposizione al governo e alle politiche della borghesia, in totale autonomia da un partito democratico che non può fare l’opposizione per il semplice fatto che condivide le scelte di fondo della borghesia europea e italiana. Ci confrontiamo quindi da partito a partito.
Su questa base auspichiamo e lavoriamo per costruire tutti i momenti unitari possibili. Verifichiamo le convergenze sociali e quelle politiche a partire dalla pratica concreta.
Noi cercheremo di costruire i momenti unitari più ampi e efficaci possibili: con la partecipazione alla costruzione di tutte le resistenze sociali e i momenti di conflitto a partire dalla proposta, che rilanciamo, di una grande manifestazione delle opposizioni di sinistra nel prossimo autunno.
Con il sostegno allo sciopero generale già proclamato dai sindacati di base e non concertativi il prossimo 17 Ottobre.
Con la nostra proposta di legge popolare in difesa dei salari, strumento importante per tenere ferma l’attenzione su una questione fondamentale: che per dare ai salari, occorre togliere ai profitti. E la contemporanea petizione per i diritti dei migranti volta a favorire l’unità tra i lavoratori italiani e quelli migranti contro ogni forma di xenofobia e razzismo.
Con il sostegno a tutte le lotte sociali in corso che nel prossimo autunno arriveranno ad un punto cruciale del proprio percorso: dalla mobilitazione sui rifiuti in Campania alle mobilitazioni No Tav alle tante vertenze territoriali. Per arrivare alla battaglia cruciale dei No Dal Molin che affronteranno da Settembre, la partita del referendum cittadino e contemporaneamente una fase di ripresa dei lavori per costruire la base.
Verrebbe da dire: noi qui siamo, il cammino è lungo e su questa base lavoriamo a costruire le alternative per il futuro.
3 agosto 2008


