SINISTRA CRITICA E IL MOVIMENTO SINDACALE

alitalia lotta

Pubblichiamo il documento sullo stato del movimento sindacale e sull'intervento nei luoghi di lavoro approvato al seminario nazionale di Sinistra Critica che si è tenuto a Bellaria dal 25 al 28 settembre.

L'intervento nei luoghi di lavoro

Il movimento operaio italiano conosce da svariati decenni a questa parte un arretramento continuo non solo in termini di erosione e perdita di conquiste economiche normative frutto delle lotte delle stagioni di ascesa, in particolare del secondo dopoguerra, né solo in termini di esaurimento di quegli elementi di controllo sul processo produttivo e sulle proprie condizioni di lavoro frutto delle straordinarie lotte degli anni 60 e 70, ma soprattutto in termini di smarrimento del senso di sé, della coscienza diffusa di possedere interessi collettivi e contrapposti a quelli delle classi padronali.
Ricostruire la sinistra, costruire il soggetto anticapitalista e comunista significa oggi, soprattutto, tamponare quello smarrimento e ridare consapevolezza classista a gruppi crescenti di lavoratrici e di lavoratori, unico strumento per contrastare la rassegnazione dilagante seminata nei posti di lavoro dalla politica dei partiti del centrosinistra e dalle direzioni confederali.
Il soggetto politico, Sinistra Critica, qualunque forza politica realmente anticapitalistica non delega l'intervento nella classe al sindacato. Non lo farebbe neanche se esistesse un sindacato di classe e di massa. Tanto meno può farlo di fronte alla persistente forza delle direzioni sindacali concertative.
Sinistra Critica considera peraltro fondamentali l'autonomia e l'indipendenza del sindacato – e di tutte le organizzazioni di massa – dai padroni, dallo Stato e dai partiti politici (anche dal partito anticapitalista e comunista!). Anche le strutture sindacali, se realmente indipendenti e seppure in forma elementare e solo sul piano della lotta economica, esprimono le potenzialità di autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici. Ma il partito anticapitalista e comunista, proprio per il suo obiettivo di fase di ricostruire una reale consapevolezza di classe, si batte per conquistare politicamente il massimo di influenza tra le lavoratrici e i lavoratori.
Va perciò sviluppata in tutte le città in cui Sinistra Critica è presente una iniziativa diretta e continuativa di fronte e/o, meglio, all'interno del massimo numero di posti di lavoro pubblici e privati, propagandando le posizioni di Sinistra Critica non solo sulle problematiche del lavoro, ma, più in generale su tutte le questioni.
E non si tratta solo di propagandare anche tematiche "non lavoristiche". L'iniziativa di Sinistra Critica di fronte e nei posti di lavoro sulla pace e sulla guerra, sull'ambiente e sull'intreccio tra salute nel posto di lavoro e nel territorio, sui diritti civili e sulle libertà lgbt, sul femminismo e contro il razzismo, va vista anch'essa come contributo alla ricostruzione di una moderna coscienza di classe.
Questa "nuova" coscienza di classe deve prendere le distanze dai presupposti "positivistici", "industrialisti" e "sviluppisti" per i quali la crescita della società andava di pari passo con la crescita del PIL e con una generica industrializzazione. Questa caratteristica che ha contrassegnato la coscienza di classe "media" del movimento operaio di tutto il secolo scorso ha posto troppo spesso gli interessi del proletariato in contrasto con la difesa dell'ambiente e con i movimenti ecologisti.
Altrettanto può dirsi sul maschilismo dominante nel movimento operaio del Novecento, che ha visto per un lungo periodo l'apporto delle donne come sussidiario e, al massimo, relegato ad un ruolo di emancipazione, trascurando o vedendo addirittura con ostilità ogni segnale di movimento autonomo delle donne (per non parlare di lesbiche, gay, trans). Emblematicamente aberranti sono state le azioni di servizio d'ordine dell'estrema sinistra di metà degli anni Settanta contro le femministe, che "minavano" il carattere "di classe" della lotta. D'altra parte, la "femminilizzazione" del lavoro e l'arrivo nei posti di lavoro di numerosissime lavoratrici rendono queste ultime indiscutibilmente protagoniste.
Solo in modo molto embrionale nel periodo più alto delle lotte si è messa in discussione l'industria delle armi (particolarmente fiorente in Italia) e nel momento del riflusso quelle felici intuizioni antimperialistiche sono state soffocate dalla preoccupazione di salvare comunque i posti di lavoro.
Per ciò che riguarda il razzismo, il proletariato italiano nel secolo scorso non era ancora stato posto alla prova delle migrazioni massicce di questi ultimi anni, che hanno portato alla luce ed amplificato gli stereotipi nazionalistici già presenti, sotto la scorza di un generico "progressimo", nel movimento operaio e sindacale. In ogni caso, la "nuova coscienza di classe" da ridisegnare e da ricomporre nel proletariato del nostro pese e, più in generale, dell'Europa dovrà partire dal presupposto dell'irruzione nelle sue fila di milioni di migranti, che, spesso, essendo quelle e quelli più sfruttati, saranno chiamate/i a svolgere un ruolo di avanguardia.
Nei posti di lavoro occorre intervenire con l'obiettivo esplicito di formare dentro di essi collettivi di lavoratori/trici di Sinistra Critica, reclutando le forze migliori e più combattive delle vecchie e delle nuove generazioni.
Questo lavoro di radicamento diretto del soggetto politico nei posti di lavoro (molto differentemente da quanto fatto dal PRC, in particolare negli ultimi anni) appunto va fatto in stretta relazione con il lavoro per costruire una presenza politica nelle strutture sindacali (confederali o di base) rispettosa della loro autonomia, ma altrettanto gelosa del proprio radicamento diretto.
Proprio per questo occorre battersi perché le/i militanti sindacali di Sinistra Critica non subordinino mai ai pur legittimi interessi organizzativi delle proprie sigle di appartenenza (obiettivamente concorrenziali tra di loro) l'obiettivo di costruire il radicamento diretto politico nei posti di lavoro.
Non si tratta di mettere in contrapposizione l'intervento come forza politica e il radicamento nelle strutture sindacali. Al contrario una corretta progettualità nei due campi e un lavoro coordinato tra le/i compagne/i possono farci crescere in entrambi gli ambiti. Occorre dunque che il coordinamento nazionale e quelli locali dedichino il massimo di attenzione a definire iniziative, piani di lavoro, progetti finalizzati ad accrescere il nostro radicamento politico nei posti di lavoro e il ruolo delle/dei nostre/i compagne/i nelle strutture sindacali.
Un obiettivo di fondo della nostra attività è anche quello di conquistarsi il rispetto e la stima delle organizzazioni e delle componenti sindacali anticoncertative (e persino delle altre che contrastiamo). Ciò va fatto con il rispetto scrupoloso dell'autonomia di queste e di tutte le strutture sindacali, ma anche e soprattutto praticando l'internità alla definizione e alla costruzione dei percorsi delle reti sociali e sindacali e attraverso l'affiancamento e il sostegno esplicito a tutte le iniziative e le azioni positive intraprese dai gruppi dirigenti dei sindacati di base e della Rete 28 aprile.
E' anche attraverso questa pratica che ha contrassegnato la nostra corrente in tutti gli ultimi anni che siamo riusciti ad ottenere un sostegno non scontato dei principali esponenti dei sindacati di base e della ~Rete 28 aprile alla nostra Campagna per la legge di iniziativa popolare sul salario.
Abbiamo scelto di condurre la campagna avviata a giugno sul salario minimo e sul salario sociale direttamente come Sinistra critica al fine di dare seguito in un'iniziativa di massa alla appena conclusa campagna elettorale, anche per disporre di uno strumento di ri-costruzione nei posti di lavoro, da cui siamo in gran parte drammaticamente esterni, avendo subito noi stessi la parabola di distacco del Prc.
Ma ciò non deve apparire un modello, anzi.
In altri momenti, cercheremo di intraprendere iniziative comuni con forze sindacali non concertative, nell'ambito di più ampi fronti politico-sociali-sindacali, sulle tematiche del lavoro. Il modello potrebbe essere quello positivamente adottato a suo tempo dal Prc per condurre il lavoro per il referendum sull'art. 18. Vanno studiati strumenti ad hoc per questo intervento e si devono prevedere significative iniziative di sostegno e solidarietà con lotte concrete, che spesso i mass media cercano di occultare e/o di isolare. Ad esempio, a negativo, avremmo dovuto prendere iniziative con tale impostazione in tutte le città (e non lo abbiamo fatto) in solidarietà con la lotta delle/dei dipendenti Alitalia.

La costruzione del sindacato di classe

Nel corso degli ultimi venti anni, in tutto il mondo, le classi dominanti hanno posto la parola fine al periodo di compromesso sociale che ha fatto seguito al secondo Dopoguerra e che è culminato nel nostro paese nella straordinaria stagione di lotte e di conquiste degli anni Sessanta e Settanta. A partire dalla fine del decennio dei Settanta, l'aggressività della borghesia nello smantellamento di quelle conquiste si è combinata con una crescente finanziarizzazione dell'economia e, poi, con l'irrompere della concorrenza delle "delocalizzazioni". La "necessaria" competitività delle aziende e dell' "azienda Italia", la lotta all'inflazione (che non era altro che una dichiarata volontà di comprimere i salari) hanno creato il substrato per mettere la classe operaia e le sue conquiste sul banco degli imputati. L'azione delle Brigate rosse e dei gruppi armati ha offerto lo spunto per un attacco ai settori più combattivi della classe operaia. Il ridimensionamento delle grandi concentrazioni operaie (a cominciare da Mirafiori) ha dato l'inizio alla polverizzazione di molti posti di lavoro. Il taglio dei punti di scala mobile e, poi, la sua totale cancellazione hanno tolto ogni certezza alla tenuta salariale di fronte all'aumento del costo della vita. I processi di terziarizzazione e di esternalizzazione hanno scomposto selvaggiamente il ciclo produttivo, creando una crescente segmentazione del mercato del lavoro, consentendo il dilagare della precarietà e del lavoro nero. In questa situazione, il diffondersi tra le/i proletari/e di sentimenti individualistici, il senso di rassegnazione, l'estendersi del moderatismo e la perdita della consapevolezza di classe sono state conseguenze semiautomatiche.
Di fronte a questa offensiva classista consapevole delle classi dominanti, ha agito l'incapacità/non volontà degli apparati politico sindacali del movimento operaio e della sinistra.
La situazione estremamente negativa dei rapporti di forza tra le classi dipende, perciò, in grandissima parte anche dalle scelte operate in questi ultimi decenni dalle direzioni confederali e, più nello specifico, da quella della CGIL, che per il suo radicamento storico nei settori più combattivi e politicizzati, è stata il veicolo più efficace per far penetrare tra gli operai avanzati tutti i luoghi comuni della ideologia liberista "temperata".
"Piccolo è bello", "meno stato più mercato", l'idea che le liberalizzazioni facilitassero l'occupazione e la discesa dei prezzi, l'antistatalismo e l'idea che servizi privati potessero migliorare il welfare, l'idea che gli automatismi e l'egualitarismo salariale fossero le cause di uno scarso dinamismo retributivo, la logica dello scambio e dei due tempi per la quale si sono fatte straordinarie concessioni raccogliendo solo un devastante peggioramento delle condizioni di lavoro, la totale frantumazione del processo produttivo, lo smantellamento delle più importanti concentrazioni di classe, fortissimi elementi di divisione generazionale, la totale ripresa di controllo dei luoghi di lavoro da parte delle gerarchie aziendali, il dilagare di una nuova e più forte alienazione tra le/i lavoratrici/tori, spesso l'espulsione dalle fabbriche dei quadri più esperti e politicizzati, il diffondersi dei più perversi ricatti padronali, la rassegnazione di fronte alle terziarizzazioni, alle esternalizzazioni e alle delocalizzazioni.
Un caso a parte, per la gravità della ideologia che lo sottende, è stata l'operazione di smantellamento del sistema pensionistico pubblico, universalistico, retributivo e "a ripartizione" messa in atto con le varie "riforme" pensionistiche messe in atto dai governi di centrosinistra da Amato a Prodi (condivise e sostenute dalle confederazioni sindacali) e con la utilizzazione del TFR per alimentare i fondi pensione privati e finanziari, peraltro messi a rischio, oggi, dalla crisi bancaria e azionaria internazionale.
Questa responsabilità storica della CGIL non è stata neanche mitigata dalla "svolta" (a sinistra) impressa alla confederazione al momento del 14° congresso nel 2002, certo, sotto la spinta delle critiche interne della sinistra confederale e della Fiom, ma soprattutto per la "cinica" decisione di Cofferati di assumere un ruolo politico nazionale, di fronte alla paralisi e alla connivenza della sinistra liberale incapace di contrastare le scelte più odiose del 2° governo Berlusconi.
Certo, la CGIL, dopo essere stata colpevolmente assente nelle giornate di Genova del luglio 2001, assunse in quegli anni un ruolo nel movimento, sia dando impulso alla lotta contro la manomissione dell'art. 18 della legge 300, sia nel sostenere organizzativamente le principali manifestazioni pacifiste, a partire dal corteo della giornata conclusiva del Social Forum europeo del novembre 2002.
Ma quella "svolta" deliberatamente eluse ogni bilancio sulla pratica sindacale degli anni 80 e 90, e in particolare sulla politica degli accordi concertativi dei primi anni 90, che anzi restò e resta alla base degli orientamenti contrattuali di gran parte delle sue strutture confederali e categoriali, con la parziale eccezione della Fiom.
Il corpo profondo della burocrazia, anzi, sperimentò sulla propria pelle le conseguenze di scelte "conflittuali" e "non unitarie", la necessità di darsi da fare per scendere in piazza ad ogni fine settimana, le porte spesso sbarrate negli uffici che contano, la crescente difficoltà dei rapporti con le controparti confindustriali, la rottura con le controparti "amiche" (Confesercenti, CNA, Lega Coop, ANCE, ecc.), cosicché quello straordinario periodo di mobilitazione di massa è archiviato nell'immaginario della nomenklatura confederale come il periodo dell' "isolamento" della CGIL.
Successivamente, la CGIL si è impegnata a fondo per il successo del centrosinistra alle elezioni del 2006, fino a dichiarare solennemente nel congresso "preelettorale" del marzo di quell'anno che il programma dell'Unione" era identico al programma della CGIL. La scelta confederale di non fare nulla che mettesse a rischio la tenuta della risicata maggioranza che emerse dalle elezioni ha cancellato nella mente di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori ogni parvenza di autonomia del sindacato. I ripetuti episodi di contestazione di massa dei vertici confederali (primi fra tutti i fischi delle assemblee di Mirafiori), però, ancora una volta non furono efficacemente raccolti da nessuno. Peraltro, l'unica forza politica che avrebbe potuto farlo, il Prc, era impegnato a fare da pretoriano a Prodi.
La vicenda del Protocollo sul welfare del 23 luglio 2007 è emblematica per illustrare il ripiegamento della CGIL. Epifani dichiara quella notte che è stato costretto a firmare un testo che non condivide con il ricatto della crisi di governo (come già Trentin nel 1992). Poi cinicamente aggiunge che la trasformazione dello scalone pensionistico in scalini può essere "gestito" perché non ci saranno grandi proteste nei posti di lavoro, ma definisce inaccettabili le misure sul mercato del lavoro di sostanziale riconferma della legge 30. Ma quell'accordo "obbligato" si trasforma, nel corso dell'estate e prima della "consultazione referendaria" dei lavoratori e dei pensionati, in un accordo "storico". In realtà con quell'accordo la CGIL, seppure con molti distinguo e contraddizioni, assume e fa propria la linea neocorporativa della CISL, cosa che viene ulteriormente sostanziata con la definizione della piattaforma unitaria per la "riforma del modello contrattuale", che sarebbe meglio chiamare "soppressione dei contratti collettivi nazionali".
Cioè, di fronte alle pressioni padronali, volte a ridurre la forza lavoro totalmente sottoposta non solo al ricatto della precarietà contrattuale, ma anche alla variabilità di una retribuzione che si vuole far dipendere interamente dall'arbitrio padronale, si fa di tutto per aiutare la Confindustria ad occultare i suoi reali obiettivi accettando la pantomima di una revisione "fisiologica" degli accordi del 1993.
In realtà i vertici confederali stanno trattando con la Confindustria e con il governo quale ruolo neocorporativo potrebbe essere loro assegnato in cambio di un avallo alla cancellazione o, perlomeno, ad un fortissimo ridimensionamento del contratto collettivo nazionale.
La protervia della Confindustria e la volontà di Bonanni di tagliare fuori la CGIL e di ritornare, in una situazione di ancora maggiore difficoltà di movimento, ad un collateralismo triangolare formalizzato tra associazioni padronali e CISL e UIL potrebbero costringere la confederazione di Epifani ad alzare il tono del confronto e a intraprendere anche qualche iniziativa di mobilitazione. Un fenomeno non dissimile a quello già avvenuto nel 2002, anche se la contraddittoria vicenda Alitalia e la totale passività con cui la CGIL e la sua Federazione di categoria Filcams hanno incassato il contratto separato del commercio nel luglio scorso non fanno pensare ad una volontà CGIL di arrivare a mettere in campo tutta la sua forza contro il governo e la Confindustria.
Motivi per farlo peraltro non mancano: oltre alla perdurante emergenza salariale, che si aggrava sempre più, oltre alle note vicende riguardanti la scuola e il pubblico impiego (che nasconde, neanche tanto, poi, la volontà di privatizzare i servizi pubblici), oltre alle modifiche e alle deroghe peggiorative delle normative sulla salute e sicurezza, sul contrasto al lavoro nero, sul processo del lavoro, sui corpi ispettivi, ecc. è stato pubblicato dal ministero del Welfare un "Libro verde" fortemente connotato da impostazioni reazionarie, da una logica di privatizzazione spinta dello stato sociale e di riduzione dei sindacati a agenzie "complici" e subalterne dell'impresa.
A seguito della svolta "tattica" (a sinistra) della CGIL nel 2002, la sinistra interna della confederazione è uscita divisa, disorientata, ridimensionata e, in larga parte (nella sua componente Lavoro Società) prigioniera di un patto di gestione caratterizzato, soprattutto a partire dal 2005, da prese di posizione di "centrosinistra" cartacee, ma da atti e accordi largamente in continuità con gli orientamenti concertativi.
Gli ulteriori cedimenti messi in atto da Epifani durante il governo Prodi, hanno colto in contropiede la corrente di Lavoro società che è stata costretta, obtorto collo , a schierarsi contro la sottoscrizione del protocollo sul Welfare, contro l'apertura della trattativa sul modello contrattuale e, più in generale, contro la stretta burocratica impressa dal gruppo dirigente legato alla "sinistra" del PD.
Una dinamica analoga ha investito la Fiom, che ha praticato negli ultimi tempi una politica contraddittoria, ancora critica nei confronti di alcune scelte confederali, ma meno conflittuale con Fim e Uilm sul versante contrattuale, con la sottoscrizione di un accordo contrattuale nazionale che cede sul rapporto salario-produttività ~e di accordi aziendali (vedi ad esempio quello sui turni a Torino) decisamente negativi.
Al contrario, si è confermata la linea di opposizione coerente praticata dalla Rete 28 aprile a partire dalla sua fondazione nel 2005. La Rete, anche forte del fallimento delle ipotesi di mediazione con il vertice di Corso d'Italia adottate da Lavoro Società, ha saputo imporre, nei momenti più importanti, una linea di convergenza delle sinistre interne e della Fiom che ha condotto al successo della assemblea unitaria del 23 luglio 2008. Il radicamento della Rete 28 aprile resta ancora debole, anche se la sua capacità di attrazione e di iniziativa crescono e la sua organizzazione si rafforza.
La linea della unità delle sinistre interne (assieme alla Fiom) resta la scelta di fondo, anche se, con l'avvicinarsi della scadenza naturale del 16° Congresso della CGIL, si avvicina il momento di scelte determinanti (come la presentazione o meno di un documento globalmente alternativo), sulle quali l'atteggiamento della Rete 28 Aprile è già fissato, mentre resta fortemente indeterminato quello degli altri soggetti, in primo luogo di Lavoro società e della Fiom.
Peraltro, anche pagando dei prezzi per la conseguente ostilità della burocrazia cigiellina, la Rete 28 aprile manifesta anche una preziosa disponibilità a confrontarsi e a concordare iniziative coordinate coi sindacati di base, altro elemento fondamentale per una prospettiva di ricostruzione di un sindacato di classe.
La Rete 28 aprile, come si è detto, è estremamente fragile sul piano organizzativo e per presenza reale, ma è il raggruppamento che, nel merito, più risponde a un orientamento di classe nella CGIL e i/le militanti di Sinistra Critica presenti in quella confederazione devono in prima persona contribuire al suo rafforzamento. La Rete è il perno su cui far leva per costruire un'opposizione di sinistra più forte al prossimo congresso, in cui far convergere i migliori settori di provenienti da Lavoro Società.

Stato del Sindacalismo di base

La nascita di gran parte dei sindacati di base tra la fine degli anni '80 (essenzialmente nella scuola, nel P.I. e tra i macchinisti FS) e l'inizio degli anni '90 (dove emergono le prime significative aggregazioni anche nei settori industriali) corrisponde a una spinta di massa all'autorganizzazione di lavoratori e lavoratrici, privati dei più elementari strumenti di democrazia diretta nati nel 1968-70: i Consigli dei delegati.
La rivolta antiburocratica di massa contro la cancellazione della scala mobile e gli accordi di concertazione del 1992-93, che pure costituiscono il momento più propizio per concretizzare la costruzione di un sindacato di classe e di massa su basi democratiche in Italia, fatte salve rare eccezioni non porta tuttavia alla confluenza fra gli ampi settori in rottura con Cgil Cisl Uil e le nuove realtà sindacali di base.
Mentre la burocrazia sindacale – con una forte pressione di Confindustria – risponde con la costituzione di nuovi organismi, le Rsu, 'dipendenti' dalle confederazioni e blindate dalla riserva del 33% per gli apparati. Ma soprattutto rafforzando il monopolio burocratico e neocorporativo della rappresentanza, sequestrando tutti i diritti dello Statuto a favore delle organizzazioni 'firmatarie dei contratti' (A seguito del referendum del 1995, invece di arrivare a una legge democratica sulla rappresentanza si applica alla lettera ciò che resta dell'articolo 19 parzialmente abrogato…).
E' bene ricordare questo dato che pesa enormemente su tutte le singole organizzazioni di base e che resta un ostacolo da rimuovere.
Tuttavia le ragioni della debolezza del sindacalismo di base sono anche altre e dipendono dalla scarsa capacità di intercettazione delle periodiche crisi di consenso dei confederali. Mentre il funzionamento interno, al di là delle proclamazioni, risente a volte delle stesse prassi verticistiche giustamente contestate a Cgil Cisl Uil. Comportamenti autoreferenziali dei gruppi dirigenti che in alcune occasioni hanno ostacolato processi di unificazione in categorie decisive per la lotta di classe o hanno sovrapposto interessi di sigla a processi reali di autorganizzazione dal basso.
Pur non coprendo l'intero panorama del sindacalismo di base, la convergenza e il patto unitario tra Cub, Sdl e Cobas costituisce oggi perlomeno un tentativo di superare la frammentazione e un punto di riferimento per l'indizione di mobilitazioni e vertenze.
Sinistra Critica, che non opta per nessuno strumento specifico (nessuna delle attuali organizzazioni, peraltro, rappresenta l'embrione del sindacato di classe e di massa di cui c'è bisogno), lavora a sostegno del processo unitario dei sindacati di base che, sotto il profilo delle piattaforme di lotta, raccolgono gli obiettivi fondamentali a difesa degli interessi di lavoratori e lavoratrici. L'assemblea del 17 maggio a Milano, in cui si è espressa una straordinaria pressione per l'unità, il "patto di consultazione" tra RdB, Cobas e SdL e lo sciopero del 17 ottobre rappresentano dei passaggi importanti per la ripresa del conflitto classe in Italia.

Un progetto di sindacato

Si avverte fortissima, in una fase storica nella quale occorre praticare una politica consapevole di ricostruzione della coscienza, la necessità di una organizzazione sindacale di massa, autonoma, democratica e classista. Si può tranquillamente affermare, dunque, che non è più sufficiente oggi sostenere posizioni sindacali di classe o il 'sindacalismo di classe', posizioni in sé coraggiose, ma in quanto inevitabilmente "minoritarie", drammaticamente inadeguate.
Sinistra Critica afferma con chiarezza che vi è la necessità di costruire quel sindacato di classe e di massa, fondato su basi democratiche, che oggi non esiste.
Certo, i punti da cui partire sono i sindacati di base e l'opposizione di sinistra in Cgil, senza forzature organizzativistiche inopportune quanto inefficaci e controproducenti. Gli steccati si possono superare solo di fronte a grandi avvenimenti e mobilitazioni.
Ciò è accaduto nel 1968-69, quando furono spazzate vie le commissioni interne e imposti i Consigli di fabbrica; purtroppo allora le capacità di recupero delle burocrazie, combinate con gli estremismi dei gruppi dirigenti della nuova sinistra consentirono prima una progressiva normalizzazione e poi la cancellazione di quegli straordinari strumenti di autorganizzazione operaia.
Una potenzialità enorme si è palesata al momento delle contestazioni degli accordi del 1992-93, questa tutta sperperata per il panico dei gruppi dirigenti delle sinistre sindacali di perdere le preziose postazioni conquistate nella burocrazia confederale, ma anche per il settarismo e/o il pansindacalismo di alcune forze sindacali extraconfederali.
Non possiamo prevedere quando e come analoghe potenzialità si produrranno.
E' però certo che esse non si creeranno grazie a mediazioni tattiche con i vertici confederali, ma solo in contrapposizione alle peggiori scelte che esse non mancheranno di mettere in pratica. D'altra parte lo stesso milione di no emerso nella "consultazione" sul protocollo sul Welfare dell'ottobre 2007, nonostante il regolamento truffaldino e le vere e proprie manipolazioni dei risultati, ~stanno a dimostrare una persistente potenzialità di opposizione di massa, che però stenta a trovare credibili canali di mobilitazione e di espressione.
Dobbiamo perciò agire per sviluppare e rafforzare tutte le iniziative critiche e di opposizione contro le scelte dei gruppi dirigenti confederali, sia dentro la CGIL, sostenendo la Rete 28 Aprile, le sue iniziative e quelle unitarie di tutte le sinistre, sia fuori di essa, spingendo verso la convergenza e, laddove possibile, anche l'unità organica dei sindacati di base.
Si conferma, se ancora, dopo decenni di collaborazione con la restaurazione liberale, l'inutilizzabilità della CGIL per rispondere alle esigenze delle lavoratrici e del lavoratori di disporre di uno strumento efficace di difesa e, ancor meno, di progettualità anticapitalista. Il lavoro all'interno delle sue strutture va dunque finalizzato non ad una impossibile riconquista di essa ad una coerente azione di classe, quanto a utilizzarle da un lato per mantenere un utile contatto con gli ampi settori di massa che in essa si organizzano in mancanza di alternative credibili, dall'altro per intessere, al suo interno un'interlocuzione con i quadri più critici e "strategicamente" di opposizione al fine di determinare, quando se ne daranno le condizioni, rotture organizzative di massa in direzione della costruzione di un sindacato di massa, democratico e classista.
Anche ipotizzabili (e per il momento solo parzialmente percettibili) correzioni tattiche di orientamento dovute alla impraticabilità della concertazione con il governo di destra non dovranno trarci in inganno ma, eventualmente, solo a aggiustamenti tattici nel nostro comportamento comunque di opposizione strategica, come è stato al tempo della stagione "cofferatiana".
Peraltro, la stessa vicenda della Fiom ci chiarisce come un orientamento combattivo, democratico e classista che però non abbia fatto i conti con un necessario riposizionamento programmatico, resta sempre precario e come, anche lì, ovviamente con un approccio diverso, occorre organizzare un'opposizione anticapitalista.
Opposizione, come si diceva, significa prevedere una rottura non solo politica, ma in prospettiva anche organizzativa. Vanno evitate accelerazioni minoritarie. Situazioni di insostenibilità in una determinata azienda o in un determinato contesto dell'azione dentro la CGIL trova già oggi la possibilità di gestire confluenze individuali o di gruppi di lavoratori e lavoratrici nei sindacati di base.
Ancor più la rottura non va proclamata, ma va utilizzata come orientamento dell'azione e come prospettiva strategica. Se così non fosse, come nei decenni è stato per gran parte delle sinistre CGIL, essa non si darebbe mai, neanche nei momenti (come il 1968-69 e il 1992-93) nei quali sarebbe concretamente possibile dar vita a quello strumento indispensabile per il radicamento di una forza anticapitalistica nella classe.
Analogamente questo orientamento deve presiedere al lavoro delle nostre compagne e dei nostri compagni nelle organizzazioni sindacali di base, sia stimolando tutti i momenti di unità tra di esse, sia combattendo tutte le tentazioni minoritarie e "autoreferenziali" e gli irrigidimenti settari contro la sinistra CGIL, sia sviluppandone il radicamento sociale e l'approfondimento programmatico.
Anche il "nuovo modello di sindacato" a cui puntare, così come detto per la "nuova coscienza di classe", non può essere una riedizione riveduta e corretta in senso classista e radicale dei sindacati che hanno fatto il Novecento. Il peso della burocrazia, il ruolo delle/dei delegate/i, l'intreccio tra strutture categoriali e "confederali", l'obiettivo della ricomposizione tra lavoratrici/tori interni e quelle/i esternalizzate/i, lo spazio per l'aziendalismo, e tanti altri aspetti, dovranno tutti essere rivisitati criticamente.

La Conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici di SC

Questo documento si colloca nell'ambito dei contributi "tematici" che, accanto al " documento generale", prepareranno nei prossimi mesi la 1 ª Conferenza Nazionale per delegati di Sinistra Critica che, appunto, si articolerà in specifici, preliminari momenti tematici. Tra questi, la Conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici di Sinistra Critica, con carattere ampio, da tenere nel corso dell'autunno.
Essa dovrà definire:
- l'intervento e la costruzione di Sinistra Critica nei luoghi di lavoro e la costituzione di collettivi in tutte le realtà territoriali, coordinate da un gruppo di lavoro nazionale stabile e rappresentativo; vanno prodotti strumenti di intervento e di propaganda specifica per i posti di lavoro, da elaborare a livello nazionale e/o locale e da diffondere massicciamente nel numero più ampio di posti di lavoro; la campagna sul salario va tra l'altro vista anche in questa ottica, volta a contattare, coinvolgere, reclutare forze, da formare anche con momenti e strumenti locali di organizzazione e di orientamento;
- le iniziative per il rafforzamento delle componenti sindacali di classe e il lavoro per la loro convergenza in base alle indicazioni emerse: cioè discutiamo di quel che stiamo facendo in ogni realtà e a livello nazionale per fare concreti passi in avanti.

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