Quel “Protocollo d’intesa” che non si poteva firmare

di Carlo Scognamiglio

Leggendo il protocollo d’intesa firmato dal governo e una parte delle organizzazioni sindacali (tra i confederali soltanto CISL e UIL) si scoprono cose interessanti. Lasciando perdere la prima parte, in cui si concorda un aumento (lordo) di settanta euro per tredici mensilità (abbondantemente al di sotto del galoppo inflazionistico) suggerirei di volgere lo sguardo alla sezione accessoria, preannunciata con un inquietante “inoltre”. Governo e organizzazioni sindacali concordano su alcuni punti effettivamente sconvolgenti, “considerando che”:

1)“il Protocollo del 1993 sulla politica dei redditi e sugli assetti contrattuali ha permesso di conseguire i risultati che si era prefisso, e in particolar modo il mantenimento del potere d’acquisto delle retribuzioni, il contenimento dell’inflazione e lo sviluppo dell’occupazione”. E già a questo punto si dovrebbe saltare dalla sedia intontiti dallo scompiglio cerebrale di chi, come Bonanni e Angeletti, che saltano da un programma televisivo all’altro nel denunciare la perdita di potere d’acquisto dei salari, dell’incontrollato aumento dei prezzi e della precarizzazione delle nuove occupazioni, soprattutto nel pubblico impiego, non esita a controfirmare un’affermazione tanto incredibile. Ma procediamo.

2)“nel settore privato si sta definendo un accordo su linee guida di rinnovamento del modello contrattuale”. Con questa affermazione la paura sale, perché quando si comincia ad equiparare il pubblico, che per definizione dovrebbe gestire segmenti lavorativi altamente sensibili (sanità, istruzione, amministrazione, giustizia e quant’altro) al privato, strutturalmente votato al profitto, il pericolo di un abbassamento di qualità e di demolizione delle tutele è in agguato. Premesso che l’accordo che si sta definendo nel settore privato riporta l’Italia indietro di centocinquant’anni – ché la contrattazione individuale (Alitalia docet) è assai simile al tradizionale caporalato – a furia di far paragoni al ribasso si finirà per considerare che “nel settore del lavoro nero legato alla raccolta di ortaggi si ricorre a un modello servo-padrone che potrebbe estendersi anche al pubblico impiego”.

Dopo queste interessanti valutazioni, governo e sindacati firmatari concordano l’apertura di un negoziato, che predispone l’adattamento al pubblico impiego delle linee guida sul rinnovamento contrattuale nonché lo “snellimento delle procedure e la riduzione dei tempi nei procedimenti negoziali”. Certo, come il documento attesta, questa velocizzazione viene evocata per “tutelare maggiormente le aspettative dei dipendenti”, e non per irrigidire i processi decisionali inducendo a una gestione sempre più autoritaria e verticale dei rinnovi contrattuali, ma naturalmente a CISL e UIL anche questa celerità procedurale va bene. Mi domando se firmeranno anche il giorno in cui il governo gli sottoporrà la cancellazione dei procedimenti negoziali. Tutto è possibile, e la possibilità è dischiusa dalla contropartita, che tutti vorremmo conoscere, perché a occhio nudo proprio non si decifra.

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