Note per un femminismo anticapitalista

Contributo al dibattito della II conferenza di Sinistra Critica
Coordinamento femminista di Roma

L’attualità del patriarcato

Il patriarcato, inteso come sistema di valori culturali, ideologici, sociali e di assetti di potere economici e politici fondato sulla relazione di potere tra il genere maschile e quello femminile è tutt’altro che superato. E questo, nonostante le grandi conquiste di libertà che il movimento femminista ha ottenuto nel corso dell’ultimo secolo.
Tutti i dati, nei diversi ambiti, confermano come nella nostra società le donne vivano ancora in posizione subordinata al potere maschile. Dal punto di vista economico, quindi, il lavoro delle donne è ancora ampiamente svalutato rispetto a quello maschile e nella famiglia il reddito femminile diventa spesso un reddito di “completamento”, che continua a rappresentare la fonte principale di sostentamento. A parità di mansioni il reddito delle donne è in media inferiore del 23,3% rispetto a quello degli uomini (dati Istat), le donne occupano in maniera preponderante posti di lavoro precario o part-time e sono relegate ai gradini più bassi delle gerarchie professionali (nell’istruzione, ad esempio, le donne costituiscono la stragrande maggioranza delle maestre delle scuole materne e primarie, rimangono maggioranza nelle scuole superiori e diventano esigua minoranza tra i docenti universitari).
Dal punto di vista culturale si esce difficilmente dagli stereotipi, vecchi di millenni, della donna immaginata e disegnata dall’uomo, che passa di volta in volta per una madre\moglie accudente e sottomessa, per una seduttrice tutta corpo e niente cervello, per una puttana\strega pericolosa (e intrigante solo se distante dalle proprie mura domestiche). Nel mondo dominato e pervaso dai sistemi di comunicazione di massa la mercificazione del corpo delle donne raggiunge livelli altissimi e contribuisce a presentare un’immagine stereotipata e androcentrica della “donnità” che influisce pesantemente anche sull’immaginario delle donne stesse, alla continua ricerca, impossibile, di essere all’altezza del modello che viene loro proposto. Sul piano del potere politico, poi, è sotto gli occhi di tutti\e come questo resti un ambito prettamente maschile in cui le poche donne che riescono ad entrare lo fanno quasi sempre a spese della propria autodeterminazione, subordinandosi e facendosi complici del potere maschile stesso.
Se, dopo questa breve descrizione della realtà, qualcuno\a fosse ancora alla ricerca della prova dell’esistenza di una relazione di potere patriarcale non resta che menzionare il tema della violenza maschile contro le donne, costantemente diffusa in ogni epoca e latitudine, che ogni giorno ci mostra come gli uomini considerino le donne soggetti di loro proprietà ed a loro sottoposti.
Perché ci diciamo femministe, quindi? La risposta potrebbe essere molto semplice: perché dobbiamo batterci, in quanto donne, contro un potere, spesso e volentieri violento, che gli uomini esercitano sulla nostra vita e sui nostri corpi. La risposta, però, è anche molto complessa perché una volta riconosciuta l’oppressione maschile sulle donne ed affermata la necessità che queste si battano per la propria liberazione, siamo solo all’inizio della storia. Come si costruisce una soggettività in grado di ribaltare il sistema patriarcale da parte di un soggetto, le donne, da sempre pensato, definito, plasmato dall’uomo? Quale alfabeto deve utilizzare il soggetto “donne” per liberare se stesso senza correre il rischio di parlare la lingua inventata dagli uomini? Quale relazione esiste tra il sistema di oppressione patriarcale e il sistema socio-economico in cui si inserisce, in questo caso il capitalismo? A tutte queste domande le donne hanno faticosamente cercato di rispondere, senza trovare finora una soluzione salvifica, facendo la fatica immane di tentare di costruire una propria visione e lettura del mondo ma avendo a disposizione spesso e volentieri solo un armamentario culturale maschile. Le donne, anche nella ricerca della propria liberazione devono fare un “doppio lavoro”, inventare se stesse mentre si battono contro patriarcato.

Per un femminismo anticapitalista

Una delle domande che hanno da sempre accompagnato la riflessione femminista, specie in ambito marxista, è quella della relazione tra il sistema patriarcale e quello capitalista che risulta particolarmente importante per chi, come noi, si vuole battere allo stesso tempo per l’autodeterminazione delle donne ma anche contro il sistema sociale di classe. In questa sede non possiamo sviluppare in modo approfondito tutti i termini di un dibattito che risulta ancora ampiamente aperto e di una ricerca che combina necessariamente aspetti antropologici, sociali, psicanalitici, ma riteniamo utile progettare un percorso collettivo di riflessione sulle diverse teorie che hanno storicamente accompagnato la riflessione femminista, cimentandoci con le domande aperte che queste ci lasciano.
Quello che ci sembra un punto di partenza obbligato della nostra riflessione è l’affermazione che l’oppressione patriarcale non può essere semplicemente ricondotta ad una conseguenza del sistema capitalistico, con il quale pure si fonde e combina, ed è per questo che rifiutiamo l’idea che esista un’astratta gerarchia di importanza tra le diverse oppressioni che caratterizzano la nostra società (laddove quella principale sarebbe l’oppressione di classe dalla quale discenderebbe l’oppressione di genere). Questa concezione gerarchica, che pure ha caratterizzato e ancora caratterizza molta parte della riflessione della sinistra comunista, in primo luogo non fa i conti con i dati storici che dimostrano come la condizione di subalternità delle donne sia di gran lunga antecedente all’affermazione del sistema capitalistico, in secondo luogo non spiega come nelle società post-capitaliste (in tutte le esperienze rivoluzionarie del XX secolo) la “liberazione” della classe operaia dallo sfruttamento non abbia magicamente prodotto una parallela liberazione delle donne dal dominio maschile.
La sussunzione del rapporto di potere patriarcale all’interno di quella di classe, al contrario, ci sembra uno dei classici frutti del dominio maschile anche nelle organizzazioni della sinistra e nella riflessione dello stesso movimento operaio, funzionale più al suo mantenimento che alla liberazione delle donne stesse. Affermare, come facciamo, che il patriarcato non è un prodotto del capitalismo e che va combattuto in quanto tale non significa, allo stesso tempo, decontestualizzarlo e passare ad un’analisi dell’oppressione di genere che non la combini con il contesto sociale ed economico in cui storicamente si colloca. Il sistema capitalistico, quindi, non ha inventato l’oppressione di genere ma l’ha storicamente utilizzata a proprio vantaggio, fondandosi anche su di essa e modificandola allo stesso tempo. Il capitalismo ha tratto vantaggio da una divisione interna alla classe operaia stessa, quella tra uomini e donne, sottopagando il lavoro femminile, delegando totalmente alla donna all’interno della famiglia il lavoro di cura e riproduzione della forza lavoro, utilizzando, in ultima istanza, l’alleanza che gli uomini della classe operaia gli hanno offerto quando si è trattato di mantenere in vita il potere maschile.
E’ proprio a partire dalla lettura delle connessioni dinamiche tra sistema capitalistico e potere patriarcale che definiamo il nostro femminismo come anticapitalista. Femminismo anticapitalista non semplicemente perché siamo femministe e anche militanti di un’organizzazione mista che si batte contro lo sfruttamento di classe ma anche perché ci sembra che la battaglia delle donne contro il potere maschile non possa essere pienamente efficace se non si mette in discussione, oltre al patriarcato, anche il sistema economico e sociale con cui oggi esso oggi si lega.
Femminismo, quindi, perché affermiamo la necessità che le donne esprimano una soggettività politica autonoma che combatta la relazione di potere di cui tutti gli uomini, a prescindere dalla loro condizione sociale ed anche dalle loro idee politiche, sono in ultima istanza portatori.
Anticapitalista perché crediamo che battersi anche contro il sistema capitalista che ha fatto proprio il rapporto di potere di tipo patriarcale sia una condizione necessaria, anche se non sufficiente, proprio per battersi efficacemente contro l’oppressione patriarcale.
La relazione tra il sistema capitalistico e il patriarcato non va letta come statica e data una volta per tutte ma come un processo dinamico in cui il progresso economico e i cambiamenti del sistema sociale hanno prodotto (o almeno facilitato) modificazioni e vere e proprie contraddizioni nei confronti dell’oppressione patriarcale. Così le fasi di grande crescita economica e di ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro si sono accompagnate con una progressiva emancipazione economica ma anche culturale delle donne stesse, liberate (sempre solo parzialmente) dell’esclusivo compito di “angeli del focolare”.
Lungi dal ritenere, però, che il semplice progresso economico possa automaticamente liberare le donne dal dominio maschile, dobbiamo saper leggere come la dialettica che combina oppressione di classe ed oppressione di genere sia stata finora in grado di modificare\modernizzare i meccanismi di espressione del patriarcato (mettendolo al passo coi tempi, se così si può dire) sempre al fine di preservarne i meccanismi di funzionamento di fondo. Così oggi viviamo in una società che apparentemente, e in parte anche realmente, garantisce alle donne margini di libertà molto maggiori rispetto ad un secolo fa, ma che allo stesso tempo inventa quotidianamente nuovi e più sofisticati meccanismi di subordinazione a modelli e regole maschili.
Il moderno patriarcato tollera, quando non li inventa esso stesso, spazi di "libertà vigilata" delle donne che possono liberamente scegliere in quali schemi, maschili, inserirsi, ma si scatena con violenza contro le donne che si sottraggono completamente al gioco degli schemi, come le lesbiche che spesso subiscono la violenza degli uomini proprio perché affermano, anche sessualmente, un’indipendenza intollerabile.
Se poi, come ora, viviamo in un periodo di crisi economica generalizzata, diventa ancora più importante cogliere i nessi che intercorrono tra oppressione di genere e un sistema capitalistico che tenta di trovare vie d’uscita alla propria crisi rispolverando vecchi modelli rassicuranti per una società sempre più frammentata. Vecchi modelli come la cosiddetta “famiglia naturale” (eterosessuale e con figli, possibilmente numerosi, al seguito) fondata di nuovo sul lavoro, gratuito, delle donne espulse dai posti di lavoro e private del sostegno del welfare.

La crisi economica e l’oppressione delle donne

La crisi economica, quindi, aggrava la condizione di vita delle donne e al contempo tende a ridurne gli spazi di libertà. Dal punto di vista economico le donne sono vittime, quanto e a volte più degli uomini, dell’aumento dei licenziamenti perché sono loro che, spesso, hanno contratti precari che possono con grande facilità non essere rinnovati (basti pensare alle decine di migliaia di insegnanti, nella stragrande maggioranza donne, che i tagli di Gelmini e Tremonti stanno licenziando quest’anno). E nei settori lavorativi in cui le donne riescono a mantenere la sicurezza del posto di lavoro, in particolare nel pubblico impiego, questo avviene proprio in virtù di una condizione di svantaggio pregressa che ha visto l’occupazione femminile relegata a settori e mansioni spesso meno importanti, e quindi meno costose, degli uomini.
La crisi economica, riducendo i livelli occupazionali e di reddito delle donne, si accompagna al pericolo incombente della perdita di quegli spazi di libertà ed autodeterminazione che proprio l’autonomia lavorativa hanno spesso garantito al genere femminile. Se alla crescita della disoccupazione femminile, poi, si accompagna lo smantellamento dei servizi sociali si capisce come in questa fase sia particolarmente funzionale ai poteri forti promuovere un ritorno delle donne all’interno delle mura domestiche e al lavoro di cura.
Gli effetti della crisi sulla vita e la libertà delle donne, però, non sono solo di tipo economico, ma si vedono nel dilagare, a livello politico, di posizioni reazionarie, familiste e sessiste che tentano di arginare la crisi sociale in atto.
Ad una società inquieta, quando non arrabbiata, alla ricerca di obiettivi verso cui indirizzare il proprio malcontento, le destre da un lato offrono il facile capro espiatorio dei “diversi”, siano essi migranti od omosessuali, dall’altro propongono il modello rassicurante della famiglia “di una volta” all’interno della quale gli uomini possano esercitare il potere e il controllo che altrove è loro negato dalla precarietà crescente. La destra al governo, in fondo, non ha un modello culturale particolarmente forte ed innovativo da proporre alla società e, messa alle strette dalla crisi sociale, finisce per riproporre il solito distillato di ideologia reazionaria. Quel distillato che fa dire al ministro Tremonti che i valori in cui crede e che propone agli italiani sono “patria, famiglia e Dio”.
La cultura di destra è sempre stata un’avversaria naturale del femminismo. Una cultura che mira a conservare, rafforzare o restaurare ordini gerarchici esistenti nella società non può che difendere quel distillato di gerarchia che è rappresentato dal rapporto di potere degli uomini sulle donne ed è quindi antagonista di chi, come le femministe, quell’ordine lo vuole sovvertire.
La contraddizione tra questi tentativi reazionari e la resistenza oggettiva che le donne oppongono alla restrizione degli spazi di libertà che, conquistati nel tempo, oggi considerano naturali, è ancora aperta ma può pericolosamente chiudersi proprio in virtù della situazione di crisi sociale e culturale che attraversa il paese.
In questo senso i continui attacchi delle gerarchie vaticane alla libertà delle donne, se da un lato ancora esprimono la distanza della Chiesa dalla società, anche quella cattolica che nella stragrande maggioranza non segue nella propria vita quotidiana i precetti medievali di Ratzinger, dall’altro possono cominciare a far breccia, soprattutto laddove vengono adottati dal quadro politico che continua ad esserne pesantemente condizionato, come la stessa sconfitta del referendum sulle Pma ha dimostrato.
Gli scontri estivi tra il Vaticano e il governo, dalla questione dei respingimenti a quella degli scandali berlusconiani, hanno mostrato come la Chiesa possa recuperare ruolo e credibilità anche occupando uno spazio di parziale opposizione alle destre lasciato libero da un Pd praticamente muto e che non rompe l’ambiguità dei propri rapporti con le gerarchie vaticane, come mostra, da ultimo, il voto bipartisan in parlamento teso a ritardare l’introduzione in Italia della pillola RU486.
In fondo le ambiguità e le timidezze del Pd e della sinistra in genere quando si tratta di difendere l'autodeterminazione delle donne non sono una novità dell'ultim'ora ma vengono da lontano. Il rapporto tra sinistra (partiti, sindacati e movimenti) e femminismo, non è mai stato né semplice né pacifico. Nonostante i valori che il movimento operaio ha storicamente portato avanti (uguaglianza, giustizia, libertà, rivoluzione) fossero temi che potevano trovare alleanze con il femminismo, questa convergenza ha faticato a prodursi proprio perché il movimento delle donne vi aggiungeva una rimessa in discussione dei rapporti di potere patriarcali che chiamava in causa direttamente gli uomini della sinistra.

Il potere maschile sui corpi delle donne
dal caso Berlusconi alle violenze quotidiane degli uomini "comuni"

Le cronache di questa estate e le polemiche precedenti sulle candidature del Pdl alle elezioni europee, hanno messo in scena le vicende “scandalistiche” di Berlusconi. Vicende tutte legate alla considerazione misera che il presidente del consiglio ha dimostrato riguardo alle donne, all’uso mercificato dei loro corpi per i propri svaghi personali e per il soddisfacimento del proprio ego. Il tutto giocato, però, in luoghi destinati a fini pubblici, per l’attribuzione diretta di cariche ministeriali e parlamentari (italiane ed europee), di promesse di favoritismi o di comparse in Tv. Compensi elargiti come riconoscimento al fascino fisico delle candidate e per l’appagato compiacimento del “miglior leader politico degli ultimi 150 anni”.
Queste vicende hanno apertamente reso manifesto quale rapporto fra i sessi vige nella nostra società. Un rapporto costruito sullo scambio tra corpi femminili e poteri maschili, tra sesso e soldi, favori sessuali e politica.
Questi episodi parlano della profonda connessione che esiste oggi in Italia tra la gestione del potere politico ed economico e la rappresentazione delle relazioni tra uomini e donne, che non attengono solo a mere tecniche di potere ma rimandano ad una riflessione approfondita sulla politica e, in ultima analisi, sulla qualità della vita e del futuro di questo paese.
Su queste vicende, come sarebbe stato necessario, nessuna voce maschile si è avvertita se non per circoscrivere dette questioni alla sfera morale, al privato, al pettegolezzo, o al più si è udita la litania sul dovere del premier di riferire in Parlamento in base all’articolo 54 della Costituzione, che prevede “disciplina e onore” nei comportamenti di coloro che svolgono funzioni pubbliche.
Ma, d’altronde, hanno mai parlato gli uomini quando si tratta di affrontare il lato politico e simbolico dei rapporti tra i sessi?
Negli ultimi anni si è molto discusso della violenza sulle donne. Dibattito suscitato dai dati allarmanti che l’Istat, in Italia, ed Istituti di statistica nonché Organismi Internazionali, in Europa, hanno fornito sull’entità e sulla pervasività del fenomeno.
Il Consiglio d’Europa ha dichiarato che la violenza familiare è una delle prime cause di morte per le donne di età compresa tra i 16 e i 44 anni.
In Italia, i dati pubblicati dall’Istat nel febbraio del 2007 hanno stimato in oltre 6 milioni le donne che tra i 16 e i 70 anni hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Solo nell’anno 2006 (anno di riferimento dell’indagine) il numero delle donne vittime di violenza è stato 1 milione e 150 mila. Una violenza che si consuma soprattutto in famiglia (90%): gli stupri sono prevalentemente ad opera di partner o ex partner e solo il 6,2% è opera di estranei.
Le analisi dei molti centri antiviolenza e delle case delle donne, che lavorano sul campo da più di un trentennio, ma della cui esperienza non si è mai tenuto conto, così come il pensiero di gruppi femministi e associazioni di donne, hanno posto la radice del problema nella disparità di potere fra uomini e donne su cui si basano le società; hanno messo in luce come il fenomeno della violenza maschile sulle donne non sia una “questione privata”, bensì una problematica sociale che attiene alla relazione tra uomini e donne, storicamente basate su rapporti di tipo patriarcale che hanno portato al dominio dell’uomo sulla donna e alla sua discriminazione sociale e culturale.
I saperi e le professionalità sviluppate hanno fatto tantissimo in questi anni ma rimangono insufficienti se non si produce un sovvertimento radicale nel rapporto fra i sessi che sostanzia gli assetti politici ed economici. Perché questo avvenga è necessario, innanzitutto, che si interroghino e prendano la parola coloro che condividono con gli autori delle violenze il medesimo genere.
Ma fino ad ora gli uomini, salvo rarissime eccezioni, hanno prodotto un silenzio tombale.

Debolezze e potenzialità dei movimenti femministi

Dalle pagine dell’Unità, questa estate, in merito alle vicende del premier è partito invece un dibattito che chiama in causa direttamente le donne, le femministe, per il loro supposto silenzio.
Se è vero che la "rivoluzione femminista" è l'unica sopravissuta alla fine degli anni Settanta, l'unica che abbia avuto continuità in una vasta proliferazione di gruppi, associazioni, centri culturali e politici, è anche vero che è la più oscillante, tra brevi comparse e altrettanto rapide sparizioni.
Il movimento femminista degli anni ’70, infatti, si è andato trasformando da movimento di piazza a “femminismo diffuso“, nelle università, nei tribunali, nelle professioni, nei partiti, nei sindacati, nell’editoria, ecc.. Un’esperienza collettiva molto ricca, che non può dirsi esaurita, ma che si è trovata a fare i conti sia con l’oscuramento da parte dei media, compresi quelli che oggi vorrebbero smuovere le donne a tornare in piazza, sia con la sua frammentarietà, il suo rinchiudersi ed in molti casi la sua palese autoreferenzialità.
Ci sono gruppi, centri, associazioni della più varia specie che lavorano bene in ambiti specifici, ma mostrano tutta la loro debolezza quando sono costretti ad incontrarsi intorno ad una tematica che li coinvolge e implica tutti, come è accaduto ad esempio per la legge sulla fecondazione assistita.
Eppure in questi anni si è visto un forte protagonismo di donne nelle lotte e nei movimenti sociali che si sono sviluppati in Italia. I movimenti No Dal Molin, No alle discariche in Campania (come a Chiaiano), il movimento precari/e della scuola, il movimento studentesco dell'Onda, hanno visto in prima fila donne e ragazze, spesso iniziatrici delle proteste, e spesso molto ben coscienti della propria soggettività nelle lotte e nelle rivendicazioni.
Una soggettività che all’interno dei movimenti sociali si è espressa attraverso l’affermazione del loro punto di vista rispetto a quelle lotte e quelle rivendicazioni segno che, nonostante tutto, sopravvive una voglia di protagonismo e di non delegare ad altri le scelte sulla propria vita.
Esiste dunque una disponibilità alla mobilitazione delle donne, in particolare delle giovani, per difendere la propria libertà ed autodeterminazione, come ha dimostrato il successo della manifestazione del 24 novembre 2007, o le manifestazioni spontanee in tutta Italia del 1 febbraio 2008 (contro i fatti di Napoli), che però non trova sostegno e sostanza in un movimento vero e proprio, vittima appunto della debolezza e dell’autoreferenzialità delle strutture organizzate che dovrebbero animarlo, e di una scena pubblica e decisionale (istituzioni, partiti ecc.) che largamente rimane maschile.
L’ambigua presenza/assenza del movimento si colloca, ed in parte ne è artefice, in un ambigua e contraddittoria storia dei nostri tempi.
La storia degli ultimi quaranta anni è stata caratterizzata da grandi trasformazioni: entrata massiccia delle donne nel mondo del lavoro, raggiungimento di alti livelli d’istruzione, grandi conquiste sui temi riguardanti i diritti civili e le istanze di liberazione (legge sul divorzio, nuovo diritto di famiglia, legge sull’aborto), ma è una storia zoppicante e piena di contraddizioni e ritardi. Grandi trasformazioni dunque, che hanno scosso l’ordine delle cose senza però cambiarlo veramente in radice.
Esiste una presenza anche visibile di donne nella vita pubblica, nella politica, nell’economia, però le donne che occupano spazi di potere nel pubblico si omologano al potere maschile che le ha favorite. Da molte donne, soprattutto fra le nuove generazioni, il femminismo e le femministe sono viste con ostilità, come il retaggio di una storia e di vecchie pratiche politiche. Oggi, in effetti, la maggior parte delle giovani dimostra un disinteresse, quando non un marcato rifiuto nei confronti della parola “femminista”. Termine e movimento che sono stati screditati e ridicolizzati agli occhi delle nuove generazioni (e non solo), bollati come “vetero” ed inutili, per stigmatizzare ciò che rimaneva del movimento femminista. Questo discredito del femminismo, che la destra agisce continuamente, è stato spesso operato anche da parte delle forze di sinistra preoccupate dell'eccessiva radicalità delle rivendicazioni delle donne e dirette da uomini attenti a mantenere le proprie posizioni di potere.
Oggi le nuove generazioni di ragazze godono di una “libertà” ereditata dalla presa di coscienza e dalle lotte del movimento femminista ma la considerano “naturale”; una libertà che l’ordinamento politico e sociale riconosce loro, non in quanto donne, ma a causa dell’uguaglianza con gli uomini.
E in questa libertà di gestire la propria vita e se stessa, una ragazza che vive il suo stato come una condizione di necessità si sente libera di fare quello che vuole anche del proprio corpo e con altrettanta “libertà” telefona alla madre dal bagno attiguo alla camera da letto del premier dicendole compiaciuta: “indovina dove sono?”.
Le vicende del premier ci parlano anche di donne che si muovono secondo linee di condotta in un combinato di oppressione e libertà, omologazione e differenza, asservimento e presa di parola e non possiamo non dire alle molte intervenute in questo dibattito, che più che libertà in questi percorsi rintracciamo i segni di antichi domini.
L’auto-offerta di corpi femminili e di favori sessuali, l’aspirazione a diventare una velina sono una calcomania di un potere maschile che compra e vende corpi spogliati di aspirazioni e desideri.
Quale libertà può esserci nello svuotarsi per riempirsi dell’altrui desiderio, quale libertà si può rintracciare nell’usarsi nella stessa misura in cui ci userebbe un uomo? Quale libertà c’è nell’interiorizzazione e nell’ambire a modelli preconfezionati? Come non ravvisare in questo l’antica riproposizione di vecchie gerarchie e antichi modelli di ruoli sociali?
Nel dibattito che si è aperto se il silenzio che viene additato è quello della mancata indignazione, della rivolta femminile, della scesa in piazza, c’è un silenzio più diffuso che pesa in questo dibattito.
E’ il silenzio delle molte donne che pagano in prima persona il peso della crisi in termini di precarietà, di riduzione di servizi, che pagano le politiche del governo di destra che le vorrebbe “naturalmente” ricondotte ai loro ruoli “biologici”.
Ma altrettanto pagano le sconfitte di una sinistra che ha smesso di parlare alla loro e della loro vita, che ha posto sul banco della trattativa i loro diritti, le loro conquiste per scambiarli con il consenso cattolico. Una sinistra che ha esaurito la spinta propulsiva al conflitto, inducendo perdita di sfiducia sulla possibilità che l’agire possa produrre cambiamento, quando ha pensato di poter governare ed aggiustare le dinamiche del sistema politico economico capitalista invece di sovvertirlo radicalmente.
Viviamo in un periodo storico, dunque, denso di contraddizioni, dove ci sono un arcipelago di gruppi e associazioni femministi e femminili, una disponibilità delle donne ad essere protagoniste ma tutto questo in una condizione di frammentazione, sfiducia, di perdita di orizzonte politico ed in un contesto dove gli spazi conquistati di emancipazione vengono vissuti da molte come omologazione, dove assumono con grande libertà modelli di donne dettate dai media, corpi ridotti a merci con l’idea che tutto si compra e tutto si vende.

Costruire un nuovo movimento femminista
il nostro intervento sulla frontiera, labile, tra radicamento sociale e invenzione di un mondo a misura di donne.

In questa situazione, proprio quando sarebbero più che necessari il pensiero e l'azione politica del movimento delle donne, questo sembra aver perso parola, conflittualità e forza; diventa allora indispensabile agire nei collettivi e nelle associazioni di donne, costruirne di nuovi e riconnetterli fra loro, per ridare spazio ad un movimento che riconquisti la scena pubblica e per far vivere il pensiero e l’azione delle donne nel terreno del conflitto sociale.
Come donne di Sinistra Critica abbiamo partecipato attivamente in questi anni, in molte delle realtà territoriali in cui la nostra organizzazione è presente, al rafforzamento di diversi collettivi di donne impegnati e radicati in ambiti sociali molto diversi (collettivi di studentesse, centri anti violenza, collettivi territoriali, ecc.) che hanno sempre tentato di superare la frammentazione nell'ambito delle rivendicazioni e delle mobilitazioni delle donne perché l’intervento femminista per noi è una priorità e una necessità.
Il nostro femminismo, ancora molto da sviluppare in un percorso di ricerca collettiva, si è fondato negli anni sulla volontà di recuperare una capacità di critica complessiva della società patriarcale e di coniugarla con l’impegno nei percorsi di autorganizzazione delle donne a livello sociale a partire dalla concretezza delle contraddizioni che vivono e dei bisogni che esprimono. Partire dalla nostra condizione e riappropriarci di uno spazio non misto è, dal nostro punto di vista, la pratica che permette alle donne di prendere coscienza della propria soggettività e al contempo di organizzarsi per ricominciare ad occupare uno spazio pubblico troppo spesso appannaggio esclusivo degli uomini.
Si tratta però di un compito difficile e complesso visto che nel femminismo il confine tra sociale e politico è ben più labile che in altri settori e i due ambiti sono strettamente intrecciati fra loro. La questione della costruzione di una soggettività politica delle donne è molto complessa poiché le donne sono diverse tra loro per collocazione di classe, per appartenenza a culture differenti, per preferenze sessuali, per scelte politiche, e non hanno, come accade per altri soggetti sociali luoghi di riferimento e intervento immediati.
E’ anche per questo che l'arcipelago femminista si è sempre caratterizzato in passato, e per la verità lo fa anche oggi, come una realtà scarsamente organizzata, che alterna momenti di grande attivismo a fasi di grande difficoltà, fatta di piccoli o piccolissimi gruppi poco comunicanti, di comunità chiuse, di circoli culturali o di attività di solidarietà importanti.
E’ importante quindi che il nostro femminismo si caratterizzi come un movimento reale che si intreccia con i bisogni e le aspettative che vivono nel corpo sociale. La costruzione di collettivi o comitati che individuino ambiti di riferimento, tematiche specifiche, territori o luoghi di intervento privilegiati, può essere il punto di partenza per una presa di coscienza e per un’aggregazione sociale in funzione della costruzione di dinamiche di movimento.


Sinistra Critica organizzazione politica femminista... è possibile?

La costruzione di un reale profilo politico femminista della nostra organizzazione è la sfida che vogliamo raccogliere per il futuro. Coscienti che la costruzione dei movimenti sociali è prioritaria ma non sufficiente al processo di liberazione delle donne dal potere patriarcale, pensiamo che il ruolo dell’organizzazione sia fondamentale.
Ma cosa vuol dire per un’organizzazione come Sinistra Critica essere femminista? Può essere davvero femminista un’organizzazione mista come la nostra?
Pur partendo dal presupposto che gli uomini non possono essere femministi nel senso di una presa di coscienza di un’oppressione vissuta sulla propria pelle, perché non la subiscono ma l'agiscono, crediamo che un'organizzazione mista possa essere femminista solo se anche gli uomini che ne fanno parte assumono politicamente la centralità di questa battaglia. Vogliamo capovolgere il meccanismo della politica "neutra" (cioè maschile) secondo cui le donne si definiscono da sempre in base all’identità dell’uomo e lavorare invece affinché la nostra organizzazione si definisca, nel suo complesso, in base alle esigenze di una sua componente, quella delle donne. Far vivere un'organizzazione femminista significa riuscire sempre a proporre una visione rovesciata del mondo, della pratica politica e della vita materiale, e la consapevolezza della forza e della violenza con cui il patriarcato agisce sulla vita delle donne deve comportare un’assunzione di responsabilità da parte di tutta l’organizzazione. Il fatto che tutta Sinistra Critica si definisca come femminista, quindi, da un lato rappresenta una forzatura operata proprio in nome della volontà che al suo interno abbia piena cittadinanza una soggettività politica autonoma, e conflittuale, delle donne, dall'altro chiama in causa direttamente gli uomini e chiede loro di comprendere la natura della relazione di potere patriarcale, di cui pure sono parte in causa, e di condividere la responsabilità di un'organizzazione in cui ogni momento di elaborazione, iniziativa e discussione, sia rispettoso del punto di vista delle donne e tenga conto delle loro battaglie.
Un’organizzazione femminista deve essere in grado di garantire quindi gli spazi e i tempi necessari alle compagne per la propria elaborazione, per rafforzare e far vivere una soggettività femminista nella discussione politica generale, agevolando i momenti di formazione e garantendo l'accesso delle donne ai luoghi di coordinamento e direzione: un accesso non meramente numerico o di rappresentanza ma derivante dalla valorizzazione del lavoro politico delle compagne, capaci di intrecciare le questioni riguardanti la politica nel suo complesso con l’oppressione di genere vissuta quotidianamente.
Per fare questo devono esistere, a livello territoriale\settoriale e nazionale, spazi permanenti di discussione autonoma delle donne con l’obiettivo di sviluppare un'elaborazione teorica comune, di dare una prospettiva politica il più ampia possibile ai singoli percorsi sociali che ci vedono coinvolte, di dare forza al necessario conflitto di genere da agire nei luoghi della politica mista, e in ultima analisi di incidere nella vita politica di tutta l'organizzazione, che rimane troppo spesso prevalentemente maschile.

Le donne di Sinistra Critica: pratiche e proposte

L'elaborazione e la proposta di un profilo politico complessivo delle donne di Sinistra Critica non è qualcosa di già dato ed ereditato dal passato, ma va costruito insieme misurandoci anche con le difficoltà che abbiamo incontrato in questa prima fase di nascita dell'organizzazione. Il limite principale che abbiamo avuto fin'ora è stato costituito dall'incapacità di dare continuità e progettualità al nostro lavoro comune, pure nella ricchezza dei molti interventi femministi che le compagne realizzano nei loro territori.
Nella più complessiva crisi della sinistra e del sommovimento femminista esploso con la manifestazione contro la violenza maschile sulle donne del novembre del 2007, il disorientamento e l’assenza di soggettività diverse con cui stringere alleanze per lo sviluppo delle lotte sui diritti delle donne, hanno messo in luce una nostra debolezza strutturale, determinata anche dalla fase di costruzione che tutta l’organizzazione sta attraversando. Necessitiamo dunque di una riflessione complessiva su di noi e sulle forme organizzative di cui vogliamo dotarci per affrontare la fase politica che ci aspetta, in cui la crisi del capitalismo produce da una parte l’inasprimento delle disuguaglianze sociali e il peggioramento delle condizioni di vita materiali di uomini e donne, e dall’altra genera l’avanzamento delle destre nella politica e nella società.
La Conferenza nazionale di Sinistra Critica è allora un’ottima occasione per discutere insieme sulle modalità di recupero dei luoghi di discussione non mista delle donne dell’organizzazione. Dobbiamo favorire per prima cosa la ripresa del dibattito e la ricerca della condivisione di un’analisi comune della fase e di come le trasformazioni sociali e politiche incidono sulla vita delle donne. Vogliamo che i luoghi di discussione separati che sapremo costruire sappiano far vivere dentro Sinistra Critica una soggettività femminista che impatti sull’intera organizzazione e che non siano soltanto strutture di coordinamento delle compagne impegnate nelle lotte (ad esempio nei periodi di mobilitazione), ma che producano proposte di campagne politiche complessive che sappiano parlare alle donne ma che siano assumibili da tutta l'organizzazione.
Un occhio particolare deve essere prestato ai momenti di approfondimento analitico immaginando percorsi specifici di formazione pensati e "fruiti" dalle compagne per discutere e condividere un'analisi teorica sui "diversi femminismi", la loro attualità, il loro rapporto con la società. Allo stesso tempo dobbiamo proporre appuntamenti di discussione "misti", quindi di tutta l'organizzazione, (attivi degli iscritti, assemblee, iniziative pubbliche), in cui si affrontino i diversi temi politici dettati di volta in volta dalla fase mantenendo il punto di vista del genere pienamente integrato nelle analisi e nelle proposte politiche a tutti i livelli.
In quest’ottica dovremmo riuscire, attraverso il lavoro dei gruppi non misti, a sviluppare all’interno delle campagne politiche complessive di tutta l’organizzazione un ragionamento specifico sulla condizione di genere, con l’obiettivo di intrecciare sempre la riflessione sull’oppressione del patriarcato a quella dello sfruttamento di classe. In occasione della campagna sullo Smic è mancata proprio questa capacità, che ci ha impedito di fatto di usare quello strumento per parlare in particolare alle donne dei temi legati alla disoccupazione, alla precarietà, al salario, al welfare.
Dobbiamo riappropriarci degli strumenti della politica che l’organizzazione ci mette a disposizione, come il sito internet, a cui dobbiamo iniziare a pensare come un prezioso e indispensabile strumento di visibilità da utilizzare in maniera sistematica e continuativa, o la possibilità di produrre costantemente del materiale politico per la diffusione militante col quale articolare la nostra proposta e attraverso il quale costruirci come soggettività sia all’interno che all’esterno dell’organizzazione.

Dare continuità al nostro lavoro, coordinamento e responsabilità

Un ragionamento a parte va fatto sul Coordinamento nazionale delle donne che in via sperimentale, in occasione della prima conferenza di Sinistra Critica del 2007, è stato nominato in base all’individuazione di referenti delle varie realtà territoriali, ma che ha faticato a riunirsi e a mantenere una continuità. Dobbiamo quindi ripensare questo strumento e dargli nuovo respiro, individuando precise responsabilità e minimi obiettivi, anche nell’ottica di stimolare, attraverso incontri a livello provinciale o regionale, la nascita di luoghi separati di discussione nei territori che non vedono una presenza organizzata delle donne dell'organizzazione, in modo da favorire ovunque lo svilupparsi di un quadro di riferimento femminista per il lavoro politico quotidiano.
Una discussione decisiva deve essere fatta inoltre sulla possibilità di individuare delle compagne che abbiamo come terreno prioritario di intervento proprio quello femminista. Non stiamo ipotizzando una separazione delle sfere di intervento né tantomeno una settorializzazione del femminismo che lo relegherebbe ad una sorta di "specifico femminile", convinte come siamo, che il punto di vista delle donne debba invadere e pervadere ogni ambito della politica, ma crediamo che l’individuazione di compagne che, a livello locale e nazionale, scelgano di impegnarsi in modo prioritario nello sviluppare il nostro intervento femminista sia oggi una condizione necessaria perché questo lavoro si sviluppi e abbia, quindi, anche maggior impatto su tutti gli ambiti dell'organizzazione.
Il femminismo, lo diciamo sempre, non è un ambito di intervento come un altro ma una chiave di lettura del mondo e un processo di trasformazione della società. Detto questo, però, la necessità di costruire un intervento stabile delle donne di Sinistra Critica non sfugge alla logica del tempo e delle forze a disposizione. Perché questo avvenga deve esserci l'impegno consapevole e costante delle compagne che intendono farlo, e che non devono viverlo necessariamente come un "doppio lavoro militante".

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