L'accordo ammazzacontratti
L'accordo quadro sottoscritto giovedì 22 gennaio tra il governo, la Confindustria, le altre associazioni padronali e CISL, UIL e UGL rappresenta l'ennesima accelerazione della politica italiana in senso antioperaio e antidemocratico. Verrebbe da dire che tutti i firmatari sedevano dalla stessa parte del tavolo, mentre, dall'altra parte, invisibili ma molto presenti per la macelleria delle loro condizioni retributive e di lavoro, sedevano le lavoratrici e i lavoratori. L'accordo si colloca al termine di una lunga e defatigante vicenda il cui esito è apparso sempre più annunciato.
La struttura della contrattazione era stata definita nell'accordo del 23 luglio 1993, in una fase convulsa della vita dei sindacati del nostro paese, messi di fronte alla svolta neoliberista adottata dal padronato italiano sull'onda delle scelte già operate con successo dalla borghesia statunitense e da quella britannica. Quel accordo, allora sottoscritto congiuntamente da tutte e tre le centrali confederali (come ricorda con orgoglio l'allora presidente del consiglio Ciampi) formalizzava il quadro concertativo che governerà per un quindicennio il confronto sindacale. Con quel accordo, dopo le grandi conquiste salariali e normative degli anni Settanta, si impresse una brusca frenata alla dinamica retributiva del lavoro dipendente che porterà, nel giro di pochi anni, a spostare a favore dei profitti e delle rendite circa 10 punti percentuali del PIL.
Con la concertazione che lì si inaugurava (anche se accordi al ribasso erano stati fatti durante tutti gli anni precedenti, basti ricordare l'accordo FIAT del 1980), si dava libero sfogo alla voracità padronale, non solo sul terreno del cosiddetto contenimento del costo del lavoro, ma anche su quello dei regimi contrattuali multipli (a stesso lavoro salari e trattamenti diversi), della precarietà, della privatizzazione delle pensioni, dei servizi e dello stato sociale.
Ma ai padroni tutto ciò non è mai bastato
Così già nel 2000, tre anni prima della prevista revisione, la Confindustria esige la riapertura di un tavolo di concertazione per migliorare e aggiornare, dal suo punto di vista, il protocollo del 1993.
Le centrali confederali obbediscono alla chiamata, ma le difficoltà dei gruppi dirigenti di concordare una posizione comune e le convulsioni della politica nazionale impediscono una vera e propria apertura della trattativa.
Già il governo Berlusconi del 2001 comincia a fare un affondo con l'attacco all'articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori del 1970 e con l'accordo separato sul "Patto per l'Italia", ma la vasta reazione del mondo del lavoro, la determinazione nella risposta del gruppo dirigente della CGIL e le divisioni del padronato vanificarono gran parte di quella operazione. Vale la pena ricordare che tra i critici dell'azione del governo di allora si iscriveva anche l'attuale presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia.
Ma la pressione per una revisione al ribasso dell'accordo del 1993 continua per tutti gli anni successivi, con una critica costante della CISL alla CGIL per una sua apparente indisponibilità a mettere a punto una piattaforma unitaria.
Paradossalmente, come emblema dell'ipocrisia del padronato, di buona parte del sindacalismo confederale e di quasi tutto il mondo politico, per spingere ad un accordo destinato a taglieggiare ancor più i salari viene usato l'argomento della incapacità delle regole del 1993 a tutelare le retribuzioni.
La CGIL, ricondotta ad una politica "unitaria" dal quadro del governo "amico" Prodi, sigla il Protocollo sul Welfare redatto dal ministro Damiano e ricostituisce un gruppo di lavoro con CISL e UIL per definire una piattaforma unitaria per la revisione dell'accordo del 1993.
Il quadro politico ad aprile 2008 mutava di nuovo, con il ritorno del centrodestra al governo. Ma, nonostante tutto, la piattaforma per la “Riforma del modello contrattuale e sulle regole di democrazia e rappresentanza” viene approvata dai Direttivi unitari CGIL-CISL-UIL il 12 maggio, quattro giorni dopo il reinsediamento di Berlusconi a palazzo Chigi.
Si tratta di una piattaforma che, pur facendo proprie molte delle preoccupazioni della CISL in direzione di una riforma del modello sindacale improntato alla bilateralità e alla subordinazione di classe, non basta alla Confindustria che, incoraggiata dal sostegno del governo e, in particolare, del ministro Sacconi, presenta una sua contropiattaforma, modellata sull'obiettivo esplicito della distruzione della contrattazione collettiva in direzione della contrattazione individuale, dell'azzeramento dei diritti e della totale variabilità della retribuzione. CISL, UIL e UGL (la confederazione di origine neofascista sdoganata da Berlusconi e Fini, ma con il tacito avallo della CGIL, un'organizzazione pressoché inesistente nella stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro, ma sostenuta dalla sovraesposizione dei media) ne accettano le "linee guida", apportandovi solo marginali correzioni.
Da qui inizia nell'autunno una trattativa il cui esito di merito è sempre più scontato: la distruzione del contratto collettivo in cambio di una promessa inesigibile di allargamento della contrattazione integrativa. L'unica incertezza è quella della firma o meno della CGIL su un testo scritto sotto dettatura della Confindustria.
Epifani si aggrappa ad una piattaforma unitaria (peraltro non contraddittoria con quell'esito) sempre più ignorata dagli altri attori (Bonanni e Angeletti).
Ma le mobilitazioni sociali dell'autunno e le contraddizioni interne alla confederazione di Corso d'Italia spingono verso una dissociazione della CGIL dall'accordo che si sta profilando, e così è. Il 22 gennaio l'accordo viene firmato, senza la CGIL, che fa rilevare la differenza di stile e di metodo da quanto accadde nel 1993, sottolineando come "le regole debbano essere condivise" (dal comunicato di Epifani).
In realtà la CISL punta in maniera assai esplicita ad un quadro sindacale che metta fuori gioco la sua grande sorella-rivale: l'esplicito riconoscimento delle controparti, la gestione semimonopolistica del mercato del lavoro, l'estorsione ai lavoratori di quote di reddito con cui finanziare enti bilaterali in cui collocare funzionari e distaccati, la gestione della previdenza e (una delle novità del protocollo, ma già evocata nella piattaforma unitaria) del welfare integrativi.
Sul merito dell'accordo del 22 gennaio occorre aggiungere che esso programma un'esplicita riduzione dei salari e la sparizione di un modello contrattuale universale. Inoltre esso apre la strada a iniziative legislative volte a sconvolgere il sistema dei diritti e delle relazioni sindacali, oltre che ad una pletora di accordi settoriali, ma tutti in capo alle direzioni sindacali confederali firmatarie dell'accordo quadro, privando categorie, strutture territoriali e, soprattutto, rappresentanze di base di ogni potere di contrattazione.
I futuri contratti, triennali sia sul piano normativo che su quello salariale, su quest'ultima materia potranno prevedere solo "aumenti" nell'ambito del nuovo indicatore IPCA (Indice Prezzi al Consumo Armonizzato) che sarà depurato della dinamica degli aumenti del petrolio e del gas naturale e anche il recupero da eventuali scostamenti rispetto alle previsioni saranno governati da questo indice. L'ufficio studi della CGIL calcola che, se tale "depurazione" avesse operato sui salari già nel periodo 2004-2008, ogni lavoratore avrebbe perso mediamente 45 euro ogni mese.
Ma non basta: il recupero non sarà basato sulla retribuzione effettiva, ma su un "valore retributivo" (evidentemente minore) fissato in specifiche intese.
Ne consegue che il CCNL (ancor più di quanto contraddittoriamente è avvenuto dal 1993 ad oggi) sarà ridotto ad un meccanismo semiautomatico di parzialissimo riadeguamento dei salari all'aumento del costo della vita.
La dinamica salariale sarà dunque demandata unicamente alla contrattazione legata alla produttività, allo sfruttamento individuale, ai premi unilaterali dell'azienda, molto spesso tutte espressioni che celano l'arbitrio padronale, la disponibilità a adeguarsi in tutto e per tutto al suo comando, la capacità di rinunciare ai diritti in nome della competitività e del buon andamento dell'azienda.
I premi aziendali peraltro vengono strutturalmente detassati facendo gravare sulla fiscalità generale il costo delle elargizionii ai più fedeli all'azienda. Tutto ciò inoltre, il far lavorare di più chi già lavora, in un momento di crisi recessiva non può che significare togliere opportunità di lavoro a chi è disoccupato o a chi sta perdendo il posto.
La complicità sindacale col padrone (così l'ha definita senza sottintesi Sacconi nel suo "Libro verde") giunge alla disponibilità, formalizzata in un passaggio del protocollo, a definire deroghe normative e salariali a quanto previsto dai contratti nazionali, superando a destra il già perverso modello del contratto dei chimici.
Quanto ai lavoratori e alle lavoratrici del pubblico impiego, si prevedono norme, se possibile, ancor più penalizzanti di quelle previste per il privato.
In questo settore, infatti, il calcolo dell'inflazione prevista è demandato al governo che diviene dunque, anche formalmente, controparte e arbitro allo stesso tempo. In ogni caso gli "aumenti" saranno concessi solo se previsti in legge finanziaria, quindi definiti per legge e non per risultato della contrattazione/conflitto tra le parti. Il calcolo dell'IPCA sarà fatto solo sulla retribuzione base (sempre più limitata nel pubblico impiego) e non come ora sulla retribuzione di fatto al netto degli straordinari. Il recupero degli eventuali scostamenti (sempre subordinato alla legge finanziaria) non avverrà nel triennio (come per il privato) ma nel triennio successivo. Lo scostamento sarà calcolato al lordo della contrattazione di secondo livello (cioè, se i premi di produttività cresceranno per qualcuno, ci sarà meno, o forse nulla da recuperare per tutti).
Consapevoli del contesto di crisi e delle tensioni sociali che la crisi comincia a comportare, nel protocollo vengono prefigurate misure autoritarie e repressive per impedire, contenere o soffocare il conflitto.
Il conflitto peraltro è già fortemente condizionato dalle norme scritte negli anni Novanta per "autoregolamentarlo". Non a caso la legge 146 sui limiti del diritto di sciopero, scritta con il consenso della CGIL, ha preceduto e prevenuto i conflitti che la svolta neoliberista provocò in Italia nei primi anni Novanta.
Nell'accordo c'è perfino un paragrafo sulla necessità di nuove regole per calcolare la rappresentanza. Niente paura: non si tratta di una conversione della CISL. Peraltro che cosa pensi Bonanni di rappresentanza e rappresentatività lo ha fatto perfettamente capire negando in blocco la richiesta CGIL di sottoporre l'accordo a verifica referendaria.
Il tutto viene demandato ad un successivo accordo (entro tre mesi) nel quale stabilire queste nuove regole. Sarà un altro accordo separato? Che voce potranno avere i sindacati di base? Sarà definitivamente promossa la nuova triconfederale CISL-UIL-UGL?
Nel frattempo l'accordo stabilisce già un vulnus al diritto di sciopero come diritto individuale stabilendo che nei servizi pubblici gli scioperi potranno essere proclamati solo da sindacati rappresentativi della maggioranza dei lavoratori. Frase volutamente ellittica, ma da interpretare come un via libera alla dichiarata volontà di Sacconi di emanare una legge pesantemente peggiorativa della 146 del 1990.
Anche sulla contrattazione nazionale e di secondo livello vengono stabiliti pesanti condizionamenti autoritari. Il non rispetto della tempistica e delle "tregue" previste comporta il rischio di sanzioni, tra cui la perdita della possibilità di recupero degli scostamenti dall'inflazione. Sono previsti inediti strumenti di "conciliazione" e di "arbitrato" e/o di intervento interconfederale, sostanzialmente di limitazione o "commissariamento" dell'autonomia negoziale delle categorie.
Infine, si demanda ad accordi successivi ciò che nelle linee guida della Confindustria si sarebbe potuto riassumere come "zero conflitto, meno contrattazione, più bilateralità". Si riafferma la volontà di introdurre forme di welfare integrativo da far gestire agli enti bilaterali. Un modo per alimentare la crescita dell' "altra casta", già peraltro ipertrofica in tutti i sindacati grazie alle strutture dei "servizi".
E' un bene che la CGIL si sia chiamata fuori e che reagisca con forza al tentativo di isolarla e di colpirla. Nonostante che anche essa sia causa del male suo e della lavoratrici e dei lavoratori del nostro paese.
Lo sciopero e la manifestazione della FIOM e della FP CGIL del 13 febbraio, nati come iniziativa di pressione interna alla Confederazione, assumono dunque oggi un valore inedito di opportunità e di tempestività, anche per colmare il vuoto di mobilitazione sociale successivo agli scioperi e ai movimenti dell'autunno e nell'attesa della manifestazione nazionale CGIL ipotizzata per il 4 aprile.
Andrea Martini






