LA SINISTRA NECESSARIA

di Flavia D’Angeli

A 6 mesi dalla vittoria elettorale delle destre, e dal suicidio politico della sinistra di governo (moderata o radicale che fosse), in molti continuano ad interrogarsi sulle ragioni della sconfitta anche se in pochi sembrano avere la lucidità necessaria per progettare il lavoro futuro. Comprendere veramente le ragioni del terremoto politico simbolicamente registrato nelle urne di aprile, ne siamo convinti, è un passaggio necessario proprio per poter cominciare un nuovo cammino di costruzione di una sinistra degna di questo nome. La sconfitta di aprile, infatti, è il prodotto di almeno due dinamiche diverse che però si sono combinate nel passaggio, stretto, delle elezioni. Da un lato, con la vittoria politica delle destre, si è registrata un’onda lunga di arretramento costante dei rapporti di forza sociali, vent’anni e più di sconfitte in particolare dei lavoratori, che da troppo tempo ormai riescono al massimo a resistere agli attacchi progressivi ai diritti, ai salari, alla sicurezza, alla stabilità del posto di lavoro. La vittoria di Berlusconi è il prodotto di decenni di politiche neoliberiste, portate avanti in totale continuità tanto da governi di destra che di centrosinistra, che hanno smantellato pezzo dopo pezzo la capacità di lotta dei ceti subalterni, minandone sempre più alla radice la stessa coscienza di classe, la percezione che i lavoratori hanno della propria condizione di sfruttamento e di chi se ne giova - Montezemolo e Colaninno, non certo gli immigrati. L’egemonia culturale della destra, il razzismo e le paranoie securitarie di questa fase, sono il portato di questo indebolimento che spiega più di tante analisi giornalistiche perché Berlusconi (e la Lega) hanno conquistato anche ampi settori popolari e del mondo del lavoro.
In molti, nel dibattito estivo di quello che resta della sinistra di governo, hanno messo al centro del dibattito questi elementi, giusti, con l’intento però di minimizzare il secondo corno della questione, il fatto cioè che questa dinamica di fondo si è incontrata con una sconfitta tutta figlia delle scelte recenti della sinistra radicale, in particolare il Prc, che con la propria partecipazione alle sciagurate politiche del Governo Prodi ha contribuito a innescare il detonatore che ha permesso alla bomba di esplodere, producendo il disastro che abbiamo di fronte e le macerie su cui tutti, purtroppo, arranchiamo.

Forze e debolezze della destra
Il governo in carica può contare su un margine di forza che gli viene dalle elezioni e che sta cercando di usare al massimo prima che le contraddizioni economiche e sociali – a cui, è bene ricordare, non offre nessuna risposta seria - possano metterlo in difficoltà. Le “pulizie di Napoli”, l’abolizione dell’Ici e, soprattutto, la politica securitaria vanno nel senso di mantenere intatto il capitale elettorale ottenuto ad aprile e di stabilizzare un governo che è comunque in carica nel mentre agisce una grande crisi economica internazionale. Al consenso popolare, ottenuto anche con una sapiente azione propagandistica, Berlusconi unisce un consenso nel mondo imprenditoriale che punta sulla nuova economia di Stato di Tremonti per reggere alla competizione internazionale, incassare dividendi e privilegi – su Alitalia come sulla riforma della contrattazione – mirare alle nuove privatizzazioni in vista e provvedere alla propria riorganizzazione mediando anche con il protagonismo diretto dello stesso Berlusconi nell’economia italiana. Un terzo punto di appoggio del governo è dato dal protagonismo del Vaticano che ha deciso di sostenere a fondo un esecutivo da cui incassare la definitiva legittimità della scuola privata e una politica rigorosamente reazionaria nel campo dei diritti civili.
Infine, il governo si muove sulla scena internazionale in una fase di grande debolezza dell’ideologia europeista e in una fase di ridislocazione degli interessi e delle forze in campo – vedi conflitto caucasico, emersione della potenza cinese, cambio negli Usa – che permette a un esecutivo molto spregiudicato e pragmatico di giocare a tutto campo sulla base delle convenienze rafforzando una logica di potenza e di interventismo militare.
Un governo pericoloso, dunque, certamente reazionario la cui gestione degli affari privati del premier rappresenta solo un tassello, particolarmente visibile e indigesto ma non centrale, di un’attività complessiva.
Un governo che deve però fare i conti con una crisi generalizzata a cui non sa ancora dare risposte effettive se non in direzione di un attacco frontale ai diritti dei lavoratori, come ha ben mostrato la gestione della crisi Alitalia e l’insofferenza verso il protagonismo dei lavoratori. La perdita di potere d’acquisto dei salari è vertiginosa, la precarietà in aumento, la sicurezza sul lavoro un miraggio, la qualità dei servizi pubblici pessima e su tutti questi versanti il governo non ha ricette soddisfacenti a migliorare il tenore di vita di milioni di famiglie. Non è un caso, quindi, se si insiste sulla repressione nei confronti dei migranti e degli stessi movimenti sociali – Napoli o Vicenza. Le destre, in assenza di risposte effettive ai bisogni reali di gran parte della popolazione, stanno costruendo una cortina di fumo ideologica che serve a mascherare proprio questa incapacità. Senza cambiare completamente la logica di Maastricht e del taglio alla spesa pubblica, ad esempio, non possono certo investire i miliardi di euro necessari al rilancio della scuola pubblica, che richiederebbe un vero e proprio “piano Marshall”, dalla riqualificazione dell’edilizia all’innalzamento delle retribuzioni degli insegnanti, fino all’assunzione dei precari per ribaltare la logica dei 30 alunni per classe che impediscono in radice l’offerta di una didattica efficace. Invece, come ovvio, prosegue la politica dei tagli che è l’unica ragione per il ritorno alla “maestra unica” e lo smantellamento del tempo pieno, e al malcontento di famiglie e docenti si offrono “ordine e disciplina”, con i grembiulini e i voti in condotta !
Nonostante le difficoltà derivanti dalla perdita di credibilità di una politica alternativa, che inverta le logiche liberiste e filopadronali fin qui seguite, sotto la cenere del consenso popolare al Governo covano le braci di un malcontento sociale che esiste, e che se non verrà raccolto e valorizzato da una sinistra capace di offrire una sponda efficace e credibile, potrà andare in tutte le direzioni, in particolare ancora più a destra.
Gli stessi avvenimenti, pur diversi, di Milano e Castelvolturno, dicono come la campagna razzista del governo contro i migranti, definiti la causa di tutti i mali, può tramutarsi in un corto circuito con cittadini stranieri, e ancora di più i loro figli italiani, che cominciano a ribellarsi alla caccia all’uomo e alle discriminazioni cui sono sottoposti. La lotta dei lavoratori e delle lavoratrici di Alitalia, sottoposti ad un vero e proprio linciaggio mediatico e politico, esprimono una forma di resistenza e di fiducia nella lotta, sia pure con tutte le contraddizioni che derivano dalla natura dell’associazione piloti.
Lo spazio per un’azione di contrasto esiste, dunque, e dimostra la totale inadeguatezza dell’opposizione parlamentare. Il Pd conferma ancora una volta quanto la sua internità al sistema lo renda in fondo non troppo dissimile, nelle politiche di fondo, dal centrodestra e come questo pesi profondamente nella sua capacità di opporsi al governo mentre la Cgil, ancella del Pd, non è in grado di rompere decisamente con il padronato italiano l’aggancio al quale costituisce il meccanismo principale del proprio riconoscimento politico e sociale. Il Pd non fa opposizione non perché Veltroni sia uno sciocco ma perché non può opporsi ad una politica che condivide almeno per il 90% e che quotidianamente viene presentata come la logica prosecuzione di quanto avviato proprio dal Governo Prodi.

A sinistra non servono le solite ricette ma una sfida a tutto campo
Di fronte a questa situazione il dibattito della (ex?) Sinistra Arcobaleno non risponde alle necessità imposte dalla fase, con un tatticismo di corto respiro e senza accennare a un bilancio serio e credibile della partecipazione al Governo Prodi.
Il Prc, in particolare, che dovrebbe aver avuto un cambio di linea, continua a oscillare nel rapporto con il Pd e con la Cgil e questo rende poco credibili le reiterate prese di posizione, di per se positive, in favore di una ripresa della mobilitazione sociale. Tutte le sue scelte, per il momento, ripetono i meccanismi di fondo che hanno portato alla disfatta quel partito e in fondo dettate dalla necessità di recuperare sul piano elettorale e istituzionale, soprattutto in relazione alle prossime elezioni europee, ma non solo. Esemplare il fatto che vengano complessivamente confermate tutte le alleanze di governo sul piano locale anche con amministrazioni, come quella Penati a Milano, che fanno a gara con la Lega sull’impostazione securitaria. La stessa modalità d’indizione della manifestazione dell’11 ottobre contraddice, a nostro avviso, la dichiarata volontà di “ripartire dal basso”, offrendo di fatto la piazza (al di là dei molti compagni che ci andranno) ad una sfilata dei gruppi dirigenti della sinistra che sono i principali responsabili delle difficoltà in cui siamo, e soprattutto con una portata sociale e di movimento assai scarsa.
Come Sinistra Critica continuiamo a pensare che chiunque voglia davvero cimentarsi con il compito della ricostruzione di una sinistra anticapitalista in questo paese debba disporsi ad un lavoro lungo e paziente, che non prevede scorciatoie né facili soluzioni, di radicamento sociale, di tessitura di reti di movimento, di costruzione di nuove solidarietà, coltivando e sviluppando fino in fondo ogni barlume di resistenza e protagonismo. Un lavoro che faccia recuperare alla sinistra la credibilità per andare a contendere, nei quartieri popolare, nei posti di lavoro, nelle scuole, l’egemonia culturale delle destre, riprendendo anche a litigare con chi, magari non arriva a fine mese e viene spremuto come un limone dal padrone e pensa che il problema siano i Rom. E che lo faccia con la legittimità di una forza politica che vive nella società, costruisce le lotte. Insomma davvero, e non solo come slogan da mettere sui manifesti, si riparte dal basso, mettendo mano ai rapporti di forza sociali che sono sempre più deteriorati e che spiegano, più di tante alchimie, perché la sinistra al governo non solo non abbia costruito “l’alternativa di società” ma non abbia strappato neanche una pallida conquista riformista.
Ripartire dal basso, e dal radicamento sociale, però non vuol dire abbandonare il terreno della costruzione di una soggettività politica in grado di squarciare la cortina fumogena della destra sul piano ideale, sfidando le destre sul terreno culturale, rimettendo al centro la necessità sempre più urgente di costruire un altro mondo. La stessa crisi economica che dagli Usa sta investendo tutti i mercati parla della perdita di credibilità del sistema capitalistico, che ancora una volta paga i crack che produce ricorrendo all’aiuto dello Stato, salvando i profitti e socializzando le perdite. Una sinistra che anche in assenza, fortunatamente, di modelli precostituiti di riferimento, sappia però delineare i contorni di una società radicalmente diversa, che ribalti le logiche del mercato, che si fondi sulla solidarietà, l’emancipazione dei soggetti subalterni, la libertà e il protagonismo delle donne, che non condanni l’umanità alla devastazione ambientale o alle guerre senza fine in nome della ricerca dei profitti di pochi. Una sinistra, insomma, che non taccia il proprio essere anticapitalista e rivoluzionaria, ma che non si rifugi nell’identità sbandierata che oggi sembra essere il limite principale del Prc.
E’ un compito immane, lo sappiamo, e non abbiamo nessuna velleitaria autosufficienza né speriamo di salvarci dietro ai simboli e ai testi sacri quasi fossero una moderna coperta di Linus. In realtà, crediamo di essere una forza necessaria alla costruzione di una sinistra anticapitalista ampia, di massa, che non può nascere né per decreto né per assemblaggio di debolezze. E’ questo orizzonte a muovere il nostro lavoro politico e sociale e che ci fa valorizzare ogni possibile convergenza con tutte le forze, politiche e sociali, che si pongono sul terreno di una chiara opposizione di classe (cosa difficile da immaginare con una forza come il Pcl che sembra ormai ossessionata dalla nostra presenza e che ritiene di doverci aggredire politicamente a ogni occasione. Tra l’altro, mentre contesta a Sinistra Critica la metà delle nefandezze del mondo attuale, il Pcl corre a coprire “da sinistra” quella manifestazione dell’11 ottobre che ripropone il progetto politico dell’Arcobaleno e che viene indetta in spregio allo sciopero generale del 17 ottobre!).
Costruire Sinistra Critica, rafforzare questo collettivo militante in termini numerici e di capacità d’inziativa è quanto di meglio possiamo fare per dare il nostro contributo alla costruzione della sinistra anticapitalista di cui c’è bisogno, e per questo non ci tiriamo indietro. Anche a questo è funzionale la nostra campagna per una Legge sul Salario minimo intercategoriale a 1300 euro per la quale vogliamo raccogliere le 50mila firme necessarie e che è già cominciata il 12 settembre e che rappresenta comunque lo sforzo per presentare la prima legge “da sinistra” nel parlamento normalizzato dell’era Berlusconi. A questo servirà la nostra Conferenza nazionale che apriremo alla fine dell’autunno e che costituisce un’occasione importante per consolidare Sinistra Critica, soprattutto sul piano della visione strategica d’insieme. A questo servirà, infine, il nostro quotidiano impegno per la costruzione di una nuova opposizione sociale, ritessendo fili dispersi e costruendo un’Alleanza sociale e politica di tipo nuovo che sappia organizzare la resistenza. La giornata del 17 ottobre costituisce una buona occasione per riprendere il cammino.

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