La crisi di Gaza: Intervista a Gilbert Achcar
di Daniel Finn
Irish Left Review, 15 gennaio 2009
Gilbert Achcar ha vissuto in Libano per molti anni. Adesso è docente presso la Scuola di studi orientali e africani (SOAS) di Londra. E’ autore di diversi libri di analisi sulla politica e la società del Medio Oriente da una prospettiva di sinistra, fra i quali The Clash of Barbarisms, Eastern Cauldron, The 33-Day War, e Perilous Power (una raccolta di conversazioni tra Achcar e Noam Chomsky). Ha parlato con Daniel Finn per la Irish Left Review dell’attacco israeliano alla Striscia di Gaza e delle sue possibili conseguenze.
Intervista realizzata il 10 gennaio 2009.
Daniel Finn: Quali pensa che siano, in questo momento, i principali obiettivi strategici di Israele nella sua offensiva contro la striscia di Gaza?
Gilbert Achcar: Si tratta di una domanda difficile, perché sono coinvolti diversi piani. Da una visuale ampia, (l’offensiva) fa parte di una lotta in corso tra Israele da una parte e sia Hamas che Hezbollah dall’altra: una lotta che in precedenza aveva raggiunto un picco nel 2006, quando durante l’estate Israele aveva fatto contemporaneamente una guerra contro Gaza e un’altra, un attacco più imponente, contro il Libano. Tutto ciò era legato alla strategia globale dell’amministrazione Bush nell’ambito del suo braccio di ferro con l’Iran, con l’idea prevalente a Washington che Hamas ed Hezbollah siano strumenti dello Stato iraniano, e perciò parte di un’alleanza di forze che dovrebbe essere distrutta se si vuole garantire l’egemonia Usa nella regione così come la sicurezza di Israele. Si tratta perciò di un ulteriore passo nella stessa guerra in corso che si è andata sviluppando negli ultimi anni.
Ora, se restringiamo il focus, il fatto che questa offensiva sia stata lanciata proprio in questo momento, a partire dal 27 dicembre, è legato naturalmente a considerazioni politiche di più breve termine: da una parte, l’amministrazione Bush uscirà presto di scena e - sebbene il governo israeliano non abbia ragioni reali di temere un cambiamento importante nella politica Usa in Medio Oriente, se giudichiamo da tutti i segnali dati dalla squadra di Obama – resta la prospettiva che la nuova Amministrazione avvii colloqui con l’Iran, secondo le intenzioni espresse da Obama durante la campagna elettorale. In quel caso, il sostegno Usa per un atteggiamento duro nel braccio di ferro con l’Iran potrebbe indebolirsi. Tenendo in considerazione ciò, una delle ragioni per cui la campagna (militare) viene lanciata proprio adesso è l’intento di risparmiare alla prossima Amministrazione la necessità di far fronte fin dall’inizio a una grossa crisi in Medio Oriente, pertanto la squadra di Obama è stata sollevata dal fatto che questo avvenisse sotto Bush.
Il problema è che le operazioni sono andate avanti molto più a lungo del previsto, come avviene secondo un modello ricorrente nelle aggressioni di Israele: infatti, sono passati i tempi della “Guerra dei sei giorni”. Idealmente, per il governo israeliano (e qualche mese fa c’erano numerosi commenti a proposito di questa possibilità) ci sarebbe dovuto essere un attacco contro lo stesso Iran prima che l’amministrazione Bush uscisse di scena. Ciò, tuttavia, è divenuto impossibile per diverse ragioni legate ai profondi problemi in cui si trova l’amministrazione Bush: non solo la generale debolezza politica di un presidente esautorato, ma anche la crisi economica, che rende in questo momento qualunque tipo di braccio di ferro militare con l’Iran qualcosa che sarebbe certamente dannoso per gli interessi dell’economia globale [questa intervista è stata realizzata prima delle rivelazioni del New York Times sul rifiuto da parte dell’amministrazione Bush di una recente richiesta di via libera da parte di Israele per dei raid aerei contro gli impianti nucleari dell’Iran]. Invece dei raid contro l’Iran che desiderava, Israele sta attaccando Hamas, che vede come un agente dell’Iran.
E poi sono coinvolte anche prospettive più ravvicinate, che sono le valutazioni elettorali in Israele. Come sapete, a breve si terranno nuove elezioni israeliane, e i partiti rappresentati nella coalizione di governo – Kadima di Olmert e della Livni da una parte, e il partito Laburista di Ehud Barak dall’altra – stanno fronteggiando una forte concorrenza del Likud, l’ala di estrema destra della tradizionale scena sionista di Israele. Per un verso, questo attacco a Gaza è un modo di prevenire il rilancio su cui certamente Netanyahu avrebbe costruito la sua campagna elettorale. Dunque, se prendete in considerazione tutte queste questioni avrete una “overdetermination”, vale a dire un complesso di motivazioni perché questa operazione venisse lanciata proprio ora. Tutto il resto, i razzi lanciati da Hamas, e via dicendo, sono solo pretesti, allo stesso modo in cui il rapimento di due soldati da parte di Hezbollah nel luglio 2006 non fu che un pretesto utilizzato da Israele per lanciare una massiccia aggressione premeditata.
Daniel Finn: L’ultimo scontro di rilievo tra Israele, Hamas ed Hezbollah nel 2006 si è concluso con una grossa battuta d’arresto per lo Stato israeliano, e con ogni tipo di recriminazione tra l’élite politica e quella militare. Pensa che adesso Israele abbia un’opportunità realistica di rovesciare quello smacco e parlare di vittoria, o farà i conti con un’altra sconfitta?
Gilbert Achcar: E’ questo il motivo per cui la situazione, ora, è estremamente pericolosa e preoccupante. Pensateci: questo attacco è iniziato il 27 dicembre, e ciò vuol dire che siamo a circa due settimane di combattimenti e c’è già un bilancio di vittime più pesante in termini assoluti di quello che vi era stato in Libano dopo le prime due settimane di intensi bombardamenti. E se lo consideri in termini di cifre relative, sapendo che la popolazione libanese è pressoché tre volte quella di Gaza, allora è molto, molto di più. Quello che è molto preoccupante e pericoloso della situazione attuale è esattamente il fatto che, a causa del precedente fiasco in Libano nell’estate del 2006, Israele non può permettersi un altro fiasco dello stesso tipo. Non possono permettersene un altro, sia per motivi strategici che per motivi opportunistici o a breve termine, vale a dire calcoli politici di portata minore.
Da una parte, lo Stato israeliano rischia di perdere molta della sua cosiddetta credibilità militare se dovesse trovarsi a fronteggiare un nuovo fiasco, tanto più che il nemico che sta affrontando questa volta, vale a dire Hamas a Gaza, è certamente molto più debole di quello che Hezbollah è ed era in Libano. Hezbollah è certamente più forte nella comunità sciita libanese di quanto lo sia Hamas a Gaza, dove vi è una lotta più dura tra Hamas e l’ANP/Fatah, e ci sono altri gruppi a competere nello stesso contesto. Oltre a questo, naturalmente, per ragioni molto ovvie, Hezbollah aveva molte più armi di quante ne abbia Hamas a Gaza, che è una piccola striscia di terra circondata da ogni parte e sotto una pesante sorveglianza. A Gaza possono fare entrare in modo clandestino un po’ di armi leggere, non grosse armi, mentre in Libano Hezbollah ha potuto mettere in piedi un arsenale importante - tanto più facilmente in quanto è stato fatto con il sostegno della Siria
Perciò, se Israele ottiene un secondo fiasco anche contro Hamas, che è decisamente più debole di Hezbollah, allora ciò verrà necessariamente visto come un grosso disastro, peggiore per Israele di quello del 2006. Per non parlare, e questo è il secondo punto, delle considerazioni minori. Se la coalizione di governo in Israele esce da questa guerra con un altro fiasco, i suoi partiti non avranno neanche bisogno di andare alle elezioni. Netanyahu li farebbe a pezzi completamente, e questo loro lo sanno. Perciò non possono permettersi un fiasco per queste due ragioni messe assieme, e questo è quello che rende la situazione molto, molto preoccupante. Potrebbero sviluppare la sindrome della bestia ferita, che diventa più feroce di quanto già lo fosse. Il livello di atrocità di Israele sta crescendo di guerra in guerra. La Guerra dei 33 giorni nel 2006 è stata già l’aggressione più brutale della lunga storia delle guerre israeliane, il più brutale uso della forza da parte di Israele, con bombardamenti a tappeto su intere regioni del Libano, aree civili.
Il pretesto, allora come oggi, è che i combattenti si nascondono tra la popolazione. Questo è l’argomento più ipocrita: cosa vogliono che facciano, che si raggruppino in qualche area sperduta, con dei cartelli che dicono “Bombardateci qui”? E’ assurdo. La verità è che Israele sta tentando di distruggere dei partiti politici di massa, che sono armati, naturalmente, ma che devono essere armati perché sono permanentemente sotto minaccia. Si tratta di movimenti popolari armati. La maggior parte dei loro membri armati non sono combattenti professionisti, che vivono nelle caserme. Quando si prendono in considerazione tutti questi aspetti del problema, ci sono ragioni molto, molto serie per le crescenti preoccupazioni che vengono espresse dalle agenzie umanitarie internazionali.
In molti adesso hanno la sensazione che la popolazione di Gaza sia davvero sotto la minaccia di uno sterminio di massa. Non si tratta della solita esagerazione, si tratta di un’affermazione equilibrate quando si ha a che fare con un tale livello di violenza e di brutalità, giorno dopo giorno, con sempre più cosiddetti incidenti in cui ammassamenti di civili vengono presi di mira con il risultato di omicidi di massa. La sola alternativa a un fiasco per Israele è di andare avanti con la sua offensiva di terra nelle aree popolate. Lo scenario peggiore diventa perciò del tutto possibile, e ciò vorrebbe dire migliaia e migliaia di persone uccise, per non parlare dei mutilati e dei feriti, e ciò è assolutamente spaventoso.
Daniel Finn: Se alla fine di quest’ultimo scontro Hamas finirà per essere visto come vincitore, anche parzialmente vincitore, cosa dovrà fare? Per Hamas è sufficiente sopravvivere? Deve semplicemente restare in vita?
Gilbert Achcar: Se Hamas riesce a uscire in piedi da questa guerra, vale a dire. Date le condizioni geografiche, hanno già sofferto un tasso di vittime di certo più alto - in proporzione - nelle loro fila di quanto successe a Hezbollah nel 2006. Il giorno in cui hanno avuto inizio i bombardamenti israeliani, proprio il primo giorno, se ricordate, (Israele) ha preso di mira gli edifici delle forze di sicurezza di Hamas, e il bilancio dei morti è stato subito molto pesante. Ma se a livello di leadership e di base (Hamas) riesce a venirne fuori preservando più o meno sé stessa, senza fare alcuna grossa concessione o, diciamolo, nessuna grossa concessione che non sia ricambiata come, “Noi smettiamo di lanciare razzi, ma otteniamo la garanzia che tu, Israele, smetta di spararci addosso e ponga fine all’embargo che ci strozza” – se escono fuori da questa guerra con un accordo di questo tipo, ciò vorrebbe dire un fiasco israeliano, e per loro sarebbe vista come una vittoria politica allo stesso modo di quella che Hezbollah ottenne nel 2006.
Ma adesso, nel momento in cui stiamo parlando, ciò è puramente ipotetico, perché non possiamo prevedere in che modo le cose evolveranno. Quello che è chiaro in questo momento a livello regionale, se non a livello mondiale, è che questo attacco israeliano ha accresciuto in maniera enorme la popolarità di Hamas. Non possiamo dare per scontato, tuttavia, che lo stesso valga per i palestinesi di Gaza, proprio a causa di questa rivalità tra Hamas e Fatah. Su questo punto ci sono notizie contrastanti. Naturalmente, i sostenitori di Fatah diranno “‘Hamas ci ha messo in questa terribile situazione, a causa sua stiamo soffrendo; naturalmente Israele è il primo da accusare, ma…”, quello stesso “ma” che abbiamo sentito da alcuni regimi arabi. Questo è ciò che il governo egiziano, che ovviamente è molto compromesso con questo attacco israeliano, ha espresso sin dal primo momento, ed è quello che abbiamo sentito qua e là dagli alleati arabi degli Stati Uniti, la stessa retorica che avevamo ascoltato nel 2006, le stesse accuse che furono rivolte a Hezbollah per l’attacco di Israele al Libano. Resta da vedere il risultato politico finale per Hamas. Adesso, penso, è troppo presto per fare qualunque valutazione su quello che sarà nel lungo periodo o anche nel medio termine. Per adesso, come ho detto, la sola cosa certa è che Hamas ha a livello regionale una popolarità crescente, che è la conseguenza quasi automatica che si ottiene ogni singola volta che Israele sceglie un obiettivo arabo e inizia a colpirlo. L’obiettivo diventa automaticamente popolare a causa dell’odio per Israele e della sua aggressione permanente nella regione: qualunque vittima di Israele, e in particolar modo qualunque forza che resiste a Israele, è sicura di diventare popolare nella regione.
Daniel Finn: Nell’ultima settimana si è parlato di un certo scontento all’interno della generazione più giovane di Fatah. Secondo alcune informazioni, Marwan Barghouti avrebbe mandato dei messaggi dalla sua cella per criticare le dichiarazioni fatte da Mahmoud Abbas. Pensa che sia probabile qualunque forma di indebolimento della attuale leadership di Fatah; pensa che ci sia qualche possibilità di un cambiamento di corso nella leadership di Fatah?
Gilbert Achcar: In un certo senso, Barghouti è una carta di riserva per Fatah. Mahmoud Abbas in gran parte ha già bruciato le sue carte: non ha più alcuna credibilità, ma appare un uomo servile, una pedina secondaria in questo gioco regionale. Non è popolare neppure all’interno di Fatah, quindi è chiaro che Fatah avrà bisogno di un’altra figura di dirigente – immediatamente o molto presto - e Barghouti sarebbe una alternativa. Tuttavia, dal momento che si trova in carcere, il suo destino dipende molto da Israele – e, certamente, da Washington. Ora, è difficile sapere come si comporterebbe Barghouti, ammesso che venisse liberato. Il problema principale è che tipo di rapporto avrebbe con gli Stati Uniti, e il loro fantoccio palestinese numero uno, Muhammad Dahlan. Nelle elezioni del gennaio 2006 Dahlan e Barghouti erano alleati: significa che continueranno a collaborare e formeranno una squadra dominante coesa all’interno di un Fatah post-Abbas, oppure saranno in concorrenza? E’ tutto da vedere.
Daniel Finn: Come ha detto lei, il regime egiziano in particolare, e in misura maggiore o minore anche tutti i regimi arabi filo-Usa, sono stati visti come complici di Israele, in particolare il governo Mubarak. Se dovesse esserci una ulteriore escalation, se Israele si comportasse, secondo la definizione che lei ha dato, come un animale ferito, utilizzando metodi sempre più brutali contro i palestinesi che vivono a Gaza, quanto sarà difficile per il governo egiziano dimostrare di essere in grado di contenere la rabbia fra la sua stessa gente – rabbia che già sembra essere molto considerevole?
Gilbert Achcar: Beh, non sono solo visti come complici: sono effettivamente complici di Israele: erano stati informati in anticipo dell’attacco, e questo è stato riportato sulla stampa. Il giorno in cui è iniziata l’offensiva, su al-Quds al-Arabi, il quotidiano arabo pubblicato a Londra, c’era un articolo del loro corrispondente in Cisgiordania, che spiegava che il ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, che il giorno prima si trovava al Cairo, aveva detto alle autorità egiziane che Israele avrebbe lanciato una operazione contro Hamas. Il Generale Suleiman, il capo dei servizi segreti egiziani, le aveva chiesto che Israele prendesse di mira specificamente i combattenti di Hamas, e facessero attenzione a risparmiare i civili. Bene. L’attacco è iniziato lo stesso giorno in cui è uscito l’articolo, ed è iniziato avendo come obiettivo le caserme della polizia a Gaza. Quindi, apparentemente, si trattava di una offensiva che risparmiava i civili e prendeva di mira specificamente le forze armate. Questo dimostra senza ombra di dubbio che gli avevano detto che ciò sarebbe avvenuto, e loro non lo hanno nemmeno detto a Hamas, che è stato colto di sorpresa quando l’attacco è iniziato, da qui le pesanti perdite iniziali nelle fila delle sue forze armate.
Il governo egiziano e gli altri regimi arabi filo-Usa desiderano fortemente un Hamas indebolito. Non sono favorevoli alla sua eliminazione, dato che sanno che ciò, ammesso che fosse possibile, comporterebbe un costo umano enorme e traumatizzante. Vorrebbero un Hamas indebolito, che non avrebbe altra scelta se non quella di rompere i suoi legami con l’Iran, e sarebbe obbligato a dipendere da loro per la propria sopravvivenza: questo è quello che desiderano. Vogliono un Hamas domato, e perciò guardano a Israele perché lo domi. Quindi, Israele deve dare una lezione a Hamas, e poi l’Egitto, e dietro di lui, i sauditi e i giordani, diranno a Hamas: ‘Guarda, non hai altra scelta che quella di cooperare con noi: o entri nel gioco alle nostre condizioni, e rompi tutti i legami con l’Iran e la Siria, oppure dovrai affrontare Israele da solo, e la possibilità di esserne schiacciato’.
Ora, se l’operazione israeliana dovesse rivelarsi un boomerang, faranno un voltafaccia immediato, naturalmente, per puro opportunismo. Faranno un voltafaccia e inizieranno ad attaccare Israele e a moltiplicare le dichiarazioni di condanna, che non vanno molto lontano. Il regime egiziano potrebbe intensificare il suo disaccordo con Israele riguardo alla questione delle truppe internazionali sul lato egiziano del confine con Gaza, che Israele sta pretendendo e il Cairo sta rifiutando. Ci sono questioni di questo tipo che potrebbero venire gonfiate in modo sproporzionato, consentendo al Cairo e ai regimi arabi dello stesso tipo di far finta di stare affrontando Israele, ma in un modo responsabile, perché conoscono la forza militare israeliana e si preoccupano del benessere della popolazione, e perciò non sono come quei matti di Hamas, etc. E’ questa l’ipocrisia del loro genere di discorso.
Daniel Finn: Hezbollah ha organizzato alcune manifestazioni molto consistenti in Libano, in solidarietà con Hamas e in solidarietà con la gente di Gaza. Il loro sostegno è probabile che rimanga politico, o esiste una qualche prospettiva, come molti hanno ipotizzato in termini piuttosto allarmistici, che Hezbollah potrebbe aprire un secondo fronte contro Israele sul confine settentrionale?.
Gilbert Achcar: Non credo che esista alcuna prospettiva di questo tipo. Sembra che i tre razzi lanciati ieri dal Libano nel nord di Israele siano opera di uno dei gruppi palestinesi minori legati a Damasco. Hezbollah ha negato immediatamente qualunque responsabilità, e il governo libanese di coalizione nel quale Hezbollah è rappresentato ha condannato unanimemente il lancio di questi razzi. La realtà, in questa fase, è che ci sono enormi dimostrazioni e manifestazioni di solidarietà politica, ma Hezbollah ha anche imparato la lezione del 2006. Se ricorda, dopo la guerra dei 33 giorni nel 2006, il suo Segretario Generale, Hassan Nasrallah, disse in una intervista che se avesse saputo che Israele avrebbe reagito nel modo in cui ha reagito al rapimento dei suoi due soldati il 12 luglio, Hezbollah non l’avrebbe fatto. Voleva dire: ‘Se avessi saputo che avrebbero distrutto il mio Paese e ucciso 1.500 dei miei connazionali, non gli avrei fornito un pretesto’. Questo è ciò che voleva dire, esprimendo sentimenti umani.
Nello stesso tempo, sappiamo che per Israele il rapimento è stato solo un pretesto: se non fossero stati rapiti dei soldati, Israele avrebbe trovato – o creato – qualunque pretesto per fare quello che aveva cercato di fare allora. Hezbollah ha accettato la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che significava lo schieramento nel sud del Libano non solo dei soldati libanesi, ma anche delle forze internazionali, l’UNIFIL, anche se questo non è esattamente nell’interesse di Hezbollah, dato che queste forze sono composte per gran parte da forze NATO, e rappresentano quindi una minaccia potenziale per lo stesso Hezbollah. Tuttavia, hanno dovuto accettarle, perché l’alternativa era di continuare con quella guerra orribile, e c’erano limiti umani su quel livello. Perciò Hezbollah non può prendere quella che apparirebbe come una iniziativa del tutto irresponsabile, aprendo un secondo fronte – in particolare se non avrà il via libera sia da Damasco che da Tehran.
D’altro canto, come ci si può aspettare che i libanesi aprano un secondo fronte, quando non lo stanno facendo gli stessi palestinesi della Cisgiordania, compreso Hamas? Hamas non ha lanciato razzi dalla Cisgiordania – il che per inciso mostra che grave errore sia stata la decisione di Hamas di impadronirsi totalmente del potere solo a Gaza, separando così i due territori palestinesi. Non voglio dire che non avrebbero dovuto prevenire il golpe che Dahlan era occupato a organizzare contro di loro con l’appoggio degli Usa e quello di Israele, ma non avrebbero dovuto eliminare completamente la presenza di Fatah all’interno delle istituzioni dell’ANP come hanno fatto. Mentre la necessità strategica è che la lotta venga costruita su un livello pan-regionale, la stessa scena palestinese è stata frammentata in due segmenti. E’ un peccato.
Questi eventi inoltre chiamano in causa tutta la questione della scelta strategica delle armi. Hamas sta resistendo eroicamente, non c’è dubbio, ma non possiamo paragonare le condizioni in Libano con quelle in Palestina. Durante gli anni dell’occupazione israeliana del Libano, Hezbollah conduceva una guerra di attrito contro l’occupazione, che si concentrava soprattutto nelle zone libanesi contro le forze occupanti. Raggiunse perfino, nell’aprile 1996, attraverso la mediazione Usa, un accordo con l’occupante che specificava che: ‘i gruppi armati in Libano non compiranno attacchi con razzi Katyusha o qualunque tipo di armi in territorio israeliano. Israele e quelli che con essa cooperano non spareranno con armi di nessun tipo contro civili o obiettivi civili in Libano. Oltre a ciò, le due parti si impegnano a garantire che in nessun caso i civili saranno obiettivo di attacco, e che le aree civili popolate e gli impianti elettrici e industriali non saranno utilizzati come luoghi da cui lanciare attacchi’. La natura geografica del terreno libanese, e la presenza delle forze israeliane nelle aree popolate libanesi resero possibile una strategia di resistenza popolare, e questa alla fine trionfò, con l’evacuazione di Israele dal sud del Libano in quella che apparve una debacle nel 2000.
Tuttavia, nel caso di Gaza, le truppe israeliane si erano ritirate dall’interno della Striscia, e la stavano accerchiando. Da un punto di vista strategico, non ha molto senso affrontarle militarmente, lanciando razzi nelle zone popolate del sud di Israele. Il fatto è che, dal punto di vista dei Territori palestinesi occupati, se si fa un bilancio della lotta palestinese contro lo Stato di Israele dal 1967, è molto chiaro che l’apice della lotta palestinese quanto a efficacia venne raggiunto nel 1988, con la cosiddetta “rivolta delle pietre”, la prima Intifada, senza armi da fuoco, attentati suicidi, razzi, nulla del genere – solo la mobilitazione di massa. Fu questa la cosa più terribile per Israele: mise gli israeliani in terribili difficoltà politiche.
Qui c’è una lezione da trarre. Queste sono questioni di visione strategica che non tutte le forze regionali stanno prendendo sufficientemente in considerazione. Oggi nella lotta palestinese c’è molto massimalismo di ispirazione religiosa, così come ieri c’era massimalismo di ispirazione nazionalista, ma quasi nessuna valutazione realistica delle condizioni nel mettere a punto una strategia. Non una strategia di capitolazione in nome del ‘realismo’, naturalmente, come quella dell’OLP – voglio dire dell’ANP, di Arafat e adesso di Mahmoud Abbas – ma una strategia di resistenza e di liberazione, di resistenza popolare per imporre a Israele qualunque obiettivo strategico fattibile nelle condizioni attuali. E ciò che è tuttora possibile nelle condizioni oggettive prevalenti è far ritirare Israele dai territori occupati nel 1967, con la possibilità che questi territori organizzino il proprio governo in modo democratico, per godere almeno di una sovranità politica – cosa che non è attualmente, quando si vede come Israele e i suoi sostenitori occidentali hanno reagito alla vittoria elettorale di Hamas.
Al di là di questo obiettivo immediato, l’unica strategia sensata a lungo termine deve implicare una rottura all’interno della stessa società israeliana. Non può essere messa a punto come puramente esterna alla società israeliana, come sono state sia la strategia dell’OLP che quella di Hamas. Non esiste alcuna possibilità di sconfiggere militarmente Israele dall’esterno: nessuna possibilità in termini convenzionali, perché i suoi armamenti sono molto più potenti di quelli di tutti gli Stati arabi circostanti, per non parlare del fatto che in questo ambiente nessuna parte è disposta ad affrontare Israele – non solo l’Egitto e la Giordania, ma anche la Siria. Una ‘guerra popolare’ per la liberazione dell’intera Palestina non ha senso, perché gli israeliani sono la maggioranza schiacciante nel territorio precedente al 1967. Non è la stessa cosa di un esercito di occupazione, come nel caso degli Usa in Vietnam, o in Afghanistan, o in Iraq, o di Israele in Libano. Inoltre, tutti sanno che Israele è una potenza nucleare dalla fine degli anni ‘60. Pertanto, qualsiasi idea fondata sulla distruzione dello Stato di Israele dall’esterno è irrazionale, in tutti i sensi del termine.
Quindi, a parte i requisiti dell’internazionalismo, ovvero il tipo di vittoria auspicabile sullo Stato sionista, non esiste comunque alcuna strategia sensata per sconfiggerlo che non tenga conto della necessità di una rottura significativa all’interno della stessa società israeliana, con una parte consistente della società che si opponga in modo attivo alle politiche bellicose del governo e combatta per una soluzione pacifica duratura, basata sulla giustizia, sull’autodeterminazione, e sulla fine di ogni tipo di discriminazione. Questo è un requisito preliminare rilevante, di enorme importanza. Ecco perché l’Intifada del 1988 è stata così importante: ha creato una crisi reale, profonda, all’interno della società israeliana.
Quello che invece stiamo vedendo adesso è un livello assai alto di coesione e di unanimità fra gli israeliani nell’aggressione più feroce, violenta, e brutale della loro storia, e questo è qualcosa che è di cattivo auspicio. In tali condizioni, anche quando si ottengono fiaschi come quello del 2006, che cosa producono? Non una rottura di fette consistenti della popolazione israeliana rispetto alle politiche del proprio governo, tanto meno rispetto al sionismo, e la loro trasformazione in senso contrario alla guerra, come avvenne per parti significative della popolazione tedesca nella Prima guerra mondiale, o della popolazione statunitense durante la guerra del Vietnam. Ciò che si ottiene sono al contrario ulteriori spostamenti a destra. Ecco perché l’intero quadro nella regione è assai fosco, perché, come ho detto, se questa offensiva dovesse risolversi in un fiasco, che è quello che desideriamo, sappiamo in anticipo che questo significa Netanyahu, che è anche peggio di quelli che ci sono adesso. E’ difficile vedere dove andrà a finire tutto questo.
Daniel Finn: Sembra che sia un momento molto pericoloso per i palestinesi, forse il più pericoloso che si siano trovati a fronteggiare dal 1967. In Israele, negli ambienti dei media e in quelli dell’establishment, si parla di consegnare la striscia di Gaza alle autorità egiziane, di consegnare le zone popolate della Cisgiordania alla Giordania. E se questo piano, o qualcosa di simile, venisse messo in atto, ciò sarebbe sicuramente fatale per le aspirazioni nazionali palestinesi per molti anni a venire. Quali passi pensa che potrebbero fare le forze all’interno della società palestinese per migliorare le prospettive del movimento nazionale?
Gilbert Achcar: Io in verità non vedo le cose nel modo in cui lei le ha descritte. Innanzitutto, la stessa monarchia giordana oggi sarebbe piuttosto spaventata se dovesse riprendere il controllo della Cisgiordania. Quando questa era una prospettiva reale, aveva già tenuto conto della militanza crescente dei palestinesi, che è il motivo per cui i piani messi a punto dallo scomparso re Hussein erano di natura federativa: vale a dire, piani che davano alla Cisgiordania, o alla Cisgiordania e a Gaza, un certo grado di autogoverno. Ma adesso il problema è che la monarchia giordana non può fare affidamento su gente come Mahmoud Abbas per domare la popolazione palestinese. Sanno che si trovano a fronteggiare una popolazione molto radicalizzata, e che una nuova unione, una nuova fusione tra i palestinesi della Cisgiordania e quelli della Giordania, dove già costituiscono una maggioranza della popolazione, sarebbe molto pericolosa per la monarchia giordana. E’questo il problema.
Una nuova fusione della Cisgiordania con la Giordania sarebbe sicuramente nell’interesse dei palestinesi, perché il cosiddetto Stato indipendente in Cisgiordania e a Gaza non ha senso. E’ qui che sono completamente d’accordo con quelli che criticano la soluzione dei due Stati: un cosiddetto Stato indipendente in Cisgiordania non ha senso, se deve essere ostaggio fra Israele e Giordania come incudine e martello. Perciò, il popolo palestinese ha bisogno dello spazio e dello sfogo necessari forniti dalla Giordania, per non parlare delle continuità umane e familiari fra le due rive del fiume Giordano. Esiste una naturale unità storica di comunità umana fra le due rive, e perché questa comunità possa essere in grado di esercitare l’autodeterminazione c’è bisogno di un tipo diverso di governo in Giordania: un governo realmente democratico, e non uno nel quale la maggioranza della popolazione è oppressa da un regime che fomenta le divisioni etniche di natura tribale, come avviene adesso.
Ecco perché non credo che quella di una nuova fusione delle due rive sia una prospettiva della quale il governo giordano sia entusiasta, né che la stia prendendo in considerazione attivamente. Nel 1988 re Hussein ruppe ufficialmente i legami fra il suo regno e la Cisgiordania: perché lo fece? Molto semplicemente perché nel 1988 c’era l’Intifada in pieno svolgimento, e capiva che il tipo di Cisgiordania che la monarchia aveva dominato dall’accordo fatto da suo nonno con i sionisti nel 1948 – la Cisgiordania che la sua monarchia era stata in grado di governare più o meno senza grossi problemi fino al 1967, e che dopo era passata sotto occupazione israeliana – era diventata ingestibile alla luce dell’Intifada. Era diventata una patata bollente: troppo pericolosa da maneggiare, ed ecco perché ruppe i legami ufficialmente, e abbandonò qualsiasi rivendicazione sulla Cisgiordania.
Daniel Finn: Ritiene probabile che la scena politica palestinese rimarrà proprietà di Hamas e Fatah nell’immediato futuro, o pensa che qualcuna delle forze che attualmente sono marginali abbiano qualche possibilità di affermarsi maggiormente?
Gilbert Achcar: Beh, in realtà attualmente non vedo alcuna prospettiva di questo tipo. Voglio dire, non esistono per il momento avversari reali dei due attori principali, che sono Fatah e Hamas. Altre forze esistenti, in particolare la sinistra palestinese, hanno perso credibilità nel corso degli anni, dopo essersi lasciate sfuggire così tante opportunità. Quindi non ci si può aspettare uno sviluppo improvviso miracoloso, a meno che non venga fuori qualche nuova forza, di cui ancora non abbiamo sentito parlare, e che tuttavia avrebbe bisogno di un po’ di tempo per maturare. Quello che ci sarà nelle condizioni attuali sono ulteriori evoluzioni dall’interno delle due forze diametralmente opposte nella società palestinese: una lotta tra diverse fazioni all’interno di Fatah, e lo stesso per Hamas. Nessuna di queste due forze è monolitica, dato che si tratta di grosse forze, che hanno una base e una appartenenza di massa. Attualmente sono più probabili cambiamenti dal loro interno di qualunque ascesa inaspettata di nuove forze dall’esterno.
Ora, detto questo, vorrei moltissimo che potesse spuntare una terza forza, una che fosse un movimento progressista basato sulla tradizione di sinistra che esiste fra i palestinesi, e che è tutt’altro che trascurabile, persino a Gaza, anche se non è abbastanza forte per fare da contrappeso a Fatah o Hamas. Vorrei moltissimo che qualche forza di sinistra palestinese potesse emergere sulla scena come un reale attore principale. Tuttavia, francamente parlando, per il momento, desideri o speranze a parte, questa non è una prospettiva realistica, non se ne vede alcuna premessa.
Gilbert Achcar ha vissuto per molti anni in Libano prima di trasferirsi in Francia, in Germania, e in Gran Bretagna, dove è attualmente professore presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) dell’Università di Londra. E’ autore e coautore di diversi libri, fra i quali The Clash of Barbarisms (2nd ed, 2006; trad. it. Scontro tra barbarie. Terrorismi e disordine mondiale, Edizioni Alegre, 2006), e , assieme a Noam Chomsky, Perilous Power: The Middle East and US Foreign Policy (2nd ed, 2008; trad. it. Potere pericoloso. Il Medio Oriente e la politica estera statunitense, Palomar di alternative, 2007). Il suo prossimo libro, The Arabs and the Holocaust [Gli arabi e l’Olocausto], uscirà nell’autunno 2009.
(Traduzione di Carlo M. Miele e Ornella Sangiovanni)






