Francia, si può fare. Grande successo dello sciopero generale
Tre milioni di manifestanti in tutto il paese, una forte unità di base, un presidente finalmente in difficoltà. La vittoria della Guadalupa indica una strada ai francesi. Ma il difficile inizia ora.
Domenico Quirico da La Stampa
Striscione in testa a uno dei cortei, oceanici in tutta la Francia, fitti di tre milioni di incolleriti, dolenti, umiliati e offesi dalla crisi economica: «Grazie Oltremare!». Significativo: perché in quanto è successo nello sciopero in Guadalupa, troppo frettolosamente definito «un '68 caraibico», c'era il presagio degli sviluppi e delle tendenze nella madrepatria: radicalizzare la protesta, incattivirla, unico modo per piegare governo e industriali.
Eroi dei cortei sono stati non a caso i dipendenti di Continental, la fabbrica di pneumatici dove i dipendenti hanno cacciato l'amministratore delegato seppellendolo di uova marce. E ieri sera alcune centinaia di giovani, al termine del corteo a Parigi in Place de la Nation, si sono scontrati con la polizia: sassaiole contro lacrimogeni. Guerriglia anche a Tolosa dove manifestanti hanno tentato di assaltare un supermercato. Segnali allarmanti.
Rischia davvero di far scuola Elie Domota, leader antillano uscito dal nulla che è riuscito a federare nella lotta tutto il possibile, mettendo da parte i partiti politici tradizionali. Sintomo di questa radicalizzazione, gli slogan contro i «ricchi» e soprattutto «i profittatori», termine vago e pericoloso in cui si infilano «i patron» delle aziende che si spartiscono i dividendi e intanto licenziano, i banchieri che si mettono in tasca i contributi erogati dal governo e continuano a succhiare i fondi ai risparmiatori.
Sarkozy ieri ha perso una battaglia, la sua strategia contro la crisi evidentemente non convince, gli antisarkò sono ormai un fronte che va dagli operai ai funzionari, agli studenti e agli insegnanti insofferenti a riforme annunciate come risolutive e intoccabili e poi smussate trasformate ritirate.
francois fillon
Il presidente dal pugno di ferro tentenna, c'è l'impressione di poterlo piegare. E nei cortei di ieri si registravano più dipendenti del settore rispetto ai funzionari e agli studenti, tradizionali fanterie del rito francese dello sciopero. Una novità importante.
Il presidente ha cercato di parare gli umori con una demagogica e preventiva campagna contro «il capitalismo profittatore». Non ha convinto; visto che non riesce neppure a imporre ai patron francesi la rinuncia ai paracadute dorati.
La lezione dello sciopero è tutta nelle cifre. Tre milioni di manifestanti nei trenta cortei, esultano i sindacati, 350 mila a Parigi, 300 mila a Marsiglia, 100 mila a Bordeaux; il venti-venticinque per cento in più rispetto allo sciopero precedente, che già era stato giudicato riuscitissimo.
Record battuto, dunque: «avvenimento politico», come ha notato Bernard Thibault, leader della Cgt. Le prefetture come da tradizione dimezzano. Ma a Parigi la polizia ha dovuto concordare sulla tendenza: gli scioperanti erano più numerosi che il 29 gennaio.
Per i francesi i disagi sono stati di diversa entità a seconda dei settori dei servizi e delle località: minimi nei trasporti urbani, consistenti per i collegamenti con le banlieues. Ma la chiave dello sciopero si giocava sui numeri, sulle immagini delle strade delle maggiori città di Francia. E qui i sindacati hanno vinto la sfida ed esigono «risposte».
Aumento dei salari, congelamento dei licenziamenti, blocco della riduzione dei posti nella funzione pubblica, difesa del potere di acquisto: ecco le richieste sindacali. Ma l'impressione è che dal governo si esiga soprattutto una misura simbolica: la cancellazione dello scudo fiscale per i redditi più alti, ferocemente voluto da Sarkozy e diventato simbolo dell'ineguaglianza sociale di fronte alla crisi.
Ma il presidente ha deciso di non fare marcia indietro: «Non sarò mai il presidente che alza le tasse», ha sibilato tirando il guinzaglio ai deputati del suo partito, una parte dei quali preme perché si getti a mare questa scomoda zavorra.
Il presidente sente però odore di impopolarità. Significativamente ieri sera ha spedito in televisione il primo ministro Fillon, rassegnato alla funzione di parafulmine, tradizionale per i premier di Francia. A ripetere che non ci sono soldi e che non ci sarà un nuovo piano sociale.
La vittoria è comunque difficile da gestire anche per i sindacati, che oggi si riuniscono per decidere le prossime mosse. Per ora l'unità regge ma se il governo decide di non abbassare la testa si rischia di arrivare a un pericoloso punto morto. E di dover lasciare spazio a imprevedibili estremismi.







